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Il rischio delle proteste dei trattori

Frenare accordi commerciali importanti per industria e servizi

Riccardo Perissich 08/02/2024

Il rischio delle proteste dei trattori Il rischio delle proteste dei trattori Non potevano mancare anche gli agricoltori. Quando la Commissione Ue nel 2019, all’avanguardia internazionale, lanciò un ambizioso Green Deal contro il cambiamento climatico, la proposta fu accolta con quasi unanime consenso anche perché accompagnata da una narrativa ottimista che spiegava come tutto fosse non solo benefico per il pianeta, ma anche per la crescita, la competitività e l’occupazione. Poi ci sono stati il Covid, la guerra, l’inflazione, una congiuntura economica meno favorevole e un resto del mondo più restio a seguirci. I cittadini hanno cominciato a sentire gli effetti del Green Deal: dal costo delle auto elettriche, all’obbligo di ridurre le emissioni delle case, con l’industria, preoccupata da aumento dei costi, burocrazia e concorrenza “sleale” dei paesi ambientalmente meno ambiziosi. Tutto ciò non toglie valore alla strategia adottata, ma la narrativa è stata troppo ottimista. Se il Green Deal farà bene a tutti nel lungo termine, nel breve i costi per alcuni sono superiori ai benefici; è quindi venuto il momento del pragmatismo e, poiché i soldi per alleviare i sacrifici di tutti sono limitati, anche di una certa gradualità. L’errore è stato quello di comprenderlo in ritardo e di lasciar crescere un movimento di protesta catturato dall’estrema destra, come probabilmente vedremo alle prossime elezioni. Quando però entrano in gioco i contadini, siamo politicamente su un altro pianeta. L’agricoltura, in particolare l’allevamento, sono infatti responsabili rilevanti del riscaldamento climatico. Era quindi inevitabile che anche gli agricoltori fossero soggetti alle misure del Green Deal. Le loro rivendicazioni sono simili a quelle di altri gruppi: meno burocrazia, più aiuti, più gradualità. Fin qui, niente di strano, se non fosse per due grandi anomalie. La prima è che quando gli agricoltori si muovono, lo fanno con più violenza di altri gruppi e con estesi blocchi stradali, godendo non solo di larga immunità, ma anche di estesa compiacenza. Perché?
 
Dopo tutto l’agricoltura europea è uno dei settori più assistiti che beneficia di più di un terzo del bilancio Ue. Da un lato, tutto ciò che riguarda il cibo evoca emozioni, memorie e riferimenti culturali diversi da tutte le altre forme di consumo. Dall’altro, in molti paesi anche i cittadini più urbanizzati, che non hanno mai sentito il vero odore del letame, hanno una memoria arcaica della terra. In Francia il più giovane primo ministro del governo più modernizzatore della storia, richiede solennemente e nello stupore del resto dell’Europa “una eccezione agricola francese”. Aldilà delle emozioni, tutto finirà come sempre in un negoziato. Ma c’è un punto molto pericoloso. Gli agricoltori chiedono anche di bloccare i negoziati commerciali, in particolare quello col Mercosur, che comportano qualche concessione sul piano agricolo: negoziati di grande importanza per industria e servizi, che rappresentano la gran parte del PIL europeo, dovrebbero essere sacrificati per evitare l’importazione di qualche bovino in più da Brasile o Argentina. Il tutto nell’assordante silenzio dell’industria. C’è un episodio simbolico. Gli agricoltori che hanno assediato a Bruxelles il Parlamento Europeo, hanno demolito la statua di John Cockerill. Chi era costui? Non un infame mercante di schiavi, ma un cittadino inglese che all’inizio dell’800 fu fra i promotori della rivoluzione industriale in Belgio: il processo che portò l’Europa alla prosperità, che ne facilitò la transizione verso la democrazia e ci permise di conquistare il mondo. Dunque, viva il Medio Evo?
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