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Biden o Trump? I compiti per l'Europa non cambiano

Chiunque vinca in Usa dovremo rafforzare la nostra politica industriale e la nostra difesa

Riccardo Perissich 05/02/2024

Biden o Trump? I compiti per l'Europa non cambiano Biden o Trump? I compiti per l'Europa non cambiano Ci sono pochi dubbi che le elezioni americane di novembre riguardano anche noi ed è normale che se ne parli molto. Meno normale è che si stia creando una specie di ossessione per una possibile vittoria di Trump che rischia di trasformarsi in paranoia. Sappiamo cosa aspettarci se vincesse Biden; uno dei Presidenti più amici dell’Europa, impegnato in difesa dell’Ucraina, ma che si è anche dimostrato esigente nei confronti degli alleati e non alieno da un certo protezionismo. Il caso di Trump è molto diverso. Il suo possibile ritorno è associato a tre previsioni, da prendere con cautela anche perché sappiamo quanto l’uomo sia imprevedibile. Che mollerebbe l’Ucraina e anche forse la NATO per fare la pace con Putin, che nella guerra di Gaza si schiererebbe senza riserve con Netanyahu e che inasprirebbe il protezionismo verso la Cina ma anche verso l’Europa. Sulla base dell’esperienza e anche delle dichiarazioni recenti, nessuna di queste tre previsioni è irragionevole. La questione è quanto siano realistiche. Sul piano interno, una certa volontà di disimpegno nell’opinione pubblica americana aleggia fin dai tempi di Obama, ma ci sono limiti oggettivi. Confinare il protezionismo è un’operazione impossibile; anche se limitato alla Cina e/o all’Europa, dilagherebbe. Il resto del mondo, alleati, nemici e indifferenti reagirebbero con ritorsioni, ne soffrirebbe non solo l’economia mondiale, ma anche quella americana. Nel Medio Oriente, la politica del primo mandato di Trump fu di appoggiare senza riserve la politica di Netanyahu promuovendo rapporti bilaterali fra Israele e i principali paesi arabi (gli accordi di Abramo) per permettere al leader israeliano di sotterrare definitivamente la questione palestinese e agli arabi di creare un credibile fronte anti-Iran. Per un momento, sembrò un’operazione brillante. Il massacro di civili israeliani di Hamas il 7 ottobre e la conseguente reazione israeliana su Gaza, costituiscono l’efficace risposta dell’Iran a quella strategia e la rendono obsoleta. Anche se un futuro percorso verso la pace dovrà necessariamente includere rapporti fra Israele e gli arabi, compresa l’Arabia Saudita, è ormai impensabile che ciò possa avvenire senza un percorso verso la soluzione della questione palestinese.
 
Infine, ciò che preoccupa maggiormente gli europei è una sospensione dell’aiuto americano all’Ucraina, che ci lascerebbe scoperti di fronte alla scelta se continuare da soli a sostenere la resistenza ucraina, o accettare una sostanziale vittoria di Putin. Oltre a doverci addossare interamente l’onere della ricostruzione, avremmo anche la plausibile prospettiva di una nuova aggressione da parte di un Putin imbaldanzito dal successo e confortato nella convinzione che l’occidente è imbelle e diviso. Con il pericolo che proprio su questa scelta gli europei si dividerebbero. Anche dal punto di vista americano, la prospettiva di concedere la vittoria a Putin in Europa per staccarlo dalla Cina è sicuramente irrealista; anzi, avrebbe il risultato di imbaldanzire Pechino. Il fatto che le probabili direttrici della politica estera di Trump siano fallimentari, non ci deve tuttavia rassicurare. È tipico dei populisti a tutte le latitudini di fare danni prima di essere costretti a cambiare rotta. Tuttavia, le cose che dovremmo fare nel caso di vittoria di Biden o di Trump sono sostanzialmente le stesse: rafforzare la nostra economia e soprattutto la politica industriale per far fronte alla doppia sfida della transizione climatica e della rivoluzione digitale. Prepararci a un salto qualitativo nel nostro potenziale militare. Entrambi gli obiettivi sono difficili, ma non fuori portata. Se vincerà Biden, ci permetterà di essere più credibili nel promuovere la cooperazione. La possibilità di vittoria di Trump aggiunge invece alla sfida urgenza e drammaticità. Non è pertanto una buona ragione per enfatizzare il pericolo oltre i limiti del ragionevole, perché si può ottenere l’effetto opposto: una strana ma paralizzante convergenza fra coloro che si illudono che l’autonomia dagli USA sia un fine in sé e quindi prendono le distanze da Biden, coloro che invece pensano di poter cercare un rapporto bilaterale con Trump e coloro che comunque non hanno mai pensato che aiutare l’Ucraina fosse una priorità, perché distrae risorse da impieghi elettoralmente più vantaggiosi.
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