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Il mondiale in Qatar, tra calcio e diritti (negati)

Negli eventi globali ormai si mescolano intrattenimento e politica

Giancarlo Santalmassi 23/11/2022

Il mondiale in Qatar, tra calcio e diritti (negati) Il mondiale in Qatar, tra calcio e diritti (negati) Quando ai grandi eventi c’è la diretta tv, e cioè un mezzo planetario di comunicazione, questa serve anche a veicolare altri messaggi. Il 16 ottobre 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivarono primo e terzo nella finale dei 200 metri. Quando le note dell’inno americano The Star-Spangled Banner risuonarono nello stadio, Smith e Carlos abbassarono la testa e alzarono un pugno chiuso, indossando dei guanti neri. A decine di metri di distanza, il fotografo John Dominis scattò loro una foto che sarebbe diventata una delle più famose icone del Novecento, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri.La Germania nazista si avvalse a fini propagandistici delle Olimpiadi del 1936: Hitler voleva diffondere l’immagine di un Germania nuova, forte e unita, occultando sia la persecuzione degli ebrei e dei rom, sia il suo crescente militarismo. La televisione ancora non c’era, dunque delle quattro medaglie d’oro di Jesse Owens un “negro”, dunque non gradito a un sostenitore della ‘purezza della razza’, non esiste la documentazione tv. Ma esistono le immagini di una cineasta: Leni Riefenstahl una grande amica del Fürer e grande documentarista: è stata un po’ come il nostro Film Luce. Per la prima volta nella storia delle Olimpiadi moderne ci furono appelli al boicottaggio sia In Usa che in Europa a causa di quelli che più tardi sarebbero stati definiti abusi dei diritti umani. Nonostante il fallimento del movimento per il boicottaggio, esso stabilì un precedente importante.
 
E veniamo ai mondiali di calcio nel Qatar. È la prima volta che vengono assegnati a un paese islamico. Grande era l’attesa. La domanda è: quanti capitali (il denaro nel calcio è tutto) avrà speso il Qatar per avere i mondiali e darsi così una legittimazione? Cominciati in questi giorni si parla solo di due temi: il rifiuto dei calciatori iraniani di cantare l’inno nazionale del 1990 , scritto da Sayed Bagheri, musica di Hassan Riyahi, in onore dell’ayatollah Khomeini: “Il tuo messaggio, oh Imam, indipendenza e libertà è marchiato nelle nostre anime… con il clamore dei martiri…”. Gli amici si accalorano, «Avete visto come sequestravano le vecchie bandiere persiane?», che risalgono ai giorni democratici del premier Mossadeq, lamentando che la polizia qatariota abbia stracciato i loro cartelli di sostegno alla lotta delle donne a Teheran, dopo l’assassinio di Mahsa Amini uccisa perché portava il velo non secondo le regole della polizia morale di Komeini, seguito da centinaia di altre vittime. Qualcuno è riuscito a conservare la bandiera tradizionale, con impresso lo slogan del movimento “Zan Zendegi Azadi”, donne, vita, libertà e quando la ragazza che canta nel locale coglie la concitata conversazione, con un cenno al tastierista, intona ‘Bella Ciao’. Alla vigilia della partita, i bianchi leoni di Inghilterra avevano ruggito, diffondendo foto del fiero Capitan Kane con la fascia One Love e i colori LGBTQ. Altre squadre europee giuravano a loro volta di schierarsi contro l’oppressione degli omosessuali in Qatar, salvo poi, quando la zelante Fifa ha minacciato cartellino giallo contro chi indossasse l’insegna non ufficiale, ritirarsi a gambe levate. In Iran si muore per la libertà, come in Ucraina; in Russia e Cina si finisce in galera, ma gli assi del calcio non rischiano un’ammonizione. Se Kane e la sua federazione avessero avuto il fegato di disubbidire, cosa sarebbe successo? Davvero l’arbitro brasiliano Raphael Claus sarebbe stato così servile con i capi?
 
 
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