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Non c'è un “catechismo” sull'inclusione

Al di là del Natale, regole di buon senso per non rischiare di offendere gli altri

Riccardo Perissich 02/12/2021

Non c'è un “catechismo” sull'inclusione Non c'è un “catechismo” sull'inclusione Mi domando quanti di coloro che si sono indignati per il recente caso del documento della Commissione Europea sulla “scrittura inclusiva”, lo abbiano effettivamente letto. È un fatto che l’iniziativa ha suscitato reazioni diffuse solo in Italia. Essa non era diretta all’esterno, ma ai propri funzionari quando comunicano pubblicamente ed è palesemente redatta avendo in mente la lingua inglese; ciò spiega alcune indicazioni che a noi possono sembrare strane, o sono difficilmente applicabili in lingue neo-latine. Bisogna anche dire che esse non hanno nulla a che fare con la paventata cultura “woke” che assilla l’università americana e sta penetrando anche in Europa. Per chi opera o ha operato in ambiente internazionale o nel nord Europa, sono semplici indicazioni di buon senso. Personalmente, ne applico molte da almeno 50 anni. I campi importanti sono due. Il primo riguarda lo sforzo, senza cadere negli eccessi grotteschi della nuova “scrittura inclusiva”, di rendere il linguaggio meno maschilista. Per esempio nel nord Europa si evita di usare la parola “uomo” in modo generico e si preferisce parlare di “persone”, di “genere umano”, o di “umanità”.
 
Più delicate sono le implicazioni religiose e in particolare il preteso “attacco al Natale”, quindi alle nostre radici e tradizioni. In realtà nessuno si sogna di cancellare il Natale; festa che peraltro in un’Europa dove le pratiche religiose coinvolgono ormai tra il 5 e il 20% della popolazione, ha largamente perso il suo carattere liturgico per conservare un importante ruolo civile, famigliare e… commerciale. Il problema sorge quando ci si rivolge, o si rischia di rivolgersi, a persone di altre religioni che come tutte le minoranze (per esempio ebrei e mussulmani) sono più gelose della propria identità e possono interpretare gli “auguri di Natale” come un tentativo di assimilazione. È facile capire i limiti della suscettibilità quando si conosce il destinatario. La portiera mussulmana del mio palazzo fa l’albero di Natale nell’ingresso e augura Buon Natale ai condomini, mentre noi le auguriamo Buon Ramadan. Quando ci si rivolge a un pubblico indistinto il problema è diverso e ci vogliono più precauzioni. In realtà nessuna impresa moderna rivolgerebbe indistintamente gli “auguri di Natale” alla massa dei suoi clienti in giro per il mondo. Da molto tempo, gli anglosassoni usano i termini “Season greetings”, che da noi si traduce “buone Feste”.  Dove sta l’errore della Commissione? Nell’aver tentato di codificare quelle che sono principalmente regole di galateo e buon senso. Così si crea inevitabilmente un “catechismo” politicamente corretto che non sarà mai abbastanza per i progressisti e troppo per i conservatori. Certo, il “woke” è sempre in agguato e bisogna combatterlo, ma la reazione bigotta a cui abbiamo assistito, non fa che incoraggiarlo.
 
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