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Definire una politica chiara verso la Cina e l'Indo-Pacifico

Ecco la sfida che la crisi dei sommergibili pone a Francia e Ue

Riccardo Perissich 21/09/2021

Definire una politica chiara verso la Cina e l'Indo-Pacifico Definire una politica chiara verso la Cina e l'Indo-Pacifico La crisi dei sommergibili tra Francia e Australia, USA e GB uniti nell’Aukus, ha complicati risvolti che ci riguardano. Il primo è lo sgarbo alla Francia con l’annullamento senza preavviso del contratto di fornitura di sommergibili all’Australia del valore di poco meno di 100 miliardi di euro. L’irritazione francese è comprensibile, il richiamo degli ambasciatori forse eccessivo, ma una reazione ci doveva essere. Lo sgarbo è stato compiuto da tre importanti alleati e riguarda un paese che ha ancora l’ambizione di giocare un ruolo mondiale ed ha una presenza nel Pacifico (Polinesia, Nuova Caledonia). Secondo: quanto è successo contiene un messaggio a tutti gli europei. Dopo i fuochi d’artificio trumpiani, eclatanti ma senza costrutto, Biden sta sviluppando una strategia di contenimento della Cina, considerata ormai la principale minaccia. Ciò non vuol dire abbandono dell’Europa, ma dà un senso alla richiesta di aumentare il nostro sforzo di difesa dalla potenziale minaccia russa. Il sistema di alleanze che Biden sta costruendo per rafforzare la deterrenza verso la minaccia cinese, per ragioni storiche e di contesto non può essere strutturato come la Nato, ma va gestito in modo molto più pragmatico. In prospettiva esso comprende anche Canada, Giappone, Corea, Filippine, India, forse Vietnam, Indonesia e altri. In questa prospettiva, Aukus è un salto di qualità che sarebbe un errore non capire. Decidere di dotare l’Australia di sottomarini nucleari e non convenzionali come erano quelli previsti dal contratto francese, implica una netta scelta strategica che ha senso solo nell’ambito di una chiara alleanza militare.
 
Tornando alla Francia e indirettamente all’Europa, il messaggio è allo stesso tempo chiaro e maldestro. Nell’Indo-Pacifico ormai l’America fa sul serio. Non ci chiede di impegnarci militarmente, ma di trarre le conseguenze globali dell’esistenza della minaccia cinese. A Washington c’è la consapevolezza di quanto il gioco sia complicato; la Cina è molto diversa e più complessa dell’URSS, a cominciare dal suo peso economico. Il messaggio è quindi che la partita ha cambiato natura e le tergiversazioni francesi ed europee sulla minaccia cinese non sono più possibili. Il messaggio è però anche maldestro, perché la Francia è il paese chiave di tutto il gioco europeo quando si tratta di sicurezza e quanto è successo indebolisce la posizione di chi a Parigi difende con più convinzione i legami atlantici, compreso Macron in piena campagna elettorale. C’è da sperare che Parigi e Washington escano rapidamente dalla trappola. Per il resto, possiamo certo trincerarci dietro il fatto che la strategia americana è ancora in formazione e che vogliamo essere associati alla sua elaborazione. Ciò è più che legittimo, ma l’alibi rischia di essere debole. La verità è che l’Europa manca di una politica verso l’Indo-Pacifico e la principale ragione è che non riusciamo ad esprimerci chiaramente sulla minaccia cinese. L’alternativa sarebbe di porci come mediatori; una posizione incompatibile col nostro ruolo di alleati privilegiati degli USA. A Parigi qualcuno ha evocato il precedente dello scontro con gli USA sull’Iraq. All’epoca però la posizione francese era chiara. Qual è oggi l’analisi francese sulla minaccia cinese e l’Indo-Pacifico? Si riassume solo nell’opportunità di esportare armamenti? Se tutti, francesi ed europei non tagliamo quel nodo, invece che di “autonomia strategica” sarà più opportuno parlare di “strategia dell’ambiguità”. Andreotti approverebbe.   
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