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Il piccolo Eitan, ostaggio di una faida familiare

Nella sua triste vicenda si intrecciano molti conflitti, familiari, religiosi e nazionali

Giancarlo Santalmassi 16/09/2021

Il piccolo Eitan, ostaggio di una faida familiare Il piccolo Eitan, ostaggio di una faida familiare Lunedì scorso ha riaperto la scuola. E c’è un assente che sarà difficile dimenticare. Si tratta del piccolo Eitan, l’unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone: sulla funivia di Stresa c’erano 15 persone; 14 di loro sono morte, mentre un'altra è rimasta gravemente ferita, Eitan Biran, di 5 anni. Ebbene, questo bambino è al centro di una battaglia, o meglio di una faida familiare senza precedenti. Dopo la morte dei genitori, del fratellino e dei bisnonni, il giudice italiano - competente in ragione del fatto che, indipendentemente dalla nazionalità, Eitan viveva in Italia con i genitori - aveva affidato il piccolo agli zii paterni, residenti nel Pavese. Il nonno materno, ex militare dell'esercito israeliano, lo ha prelevato, se ne è andato in Svizzera e da lì, con un jet privato, in Israele. Il nonno, incurante di procurare un ulteriore trauma al bambino, riteneva infatti che la decisione del nostro Tribunale non fosse corretta; anziché attenersi alla legge e far valere la sua posizione nelle forme tipiche di uno stato democratico ha deciso di fare da sé e lo ha fatto profittando della facoltà di vedere il nipotino che il giudice tutelare, nell'interesse di Eitan a mantenere rapporti con entrambi i rami parentali, gli aveva riconosciuto. La domanda è: Eitan potrà mai tornare in Italia? In linea teorica, il bambino, a fronte di quella che pare essere a tutti gli effetti una sottrazione internazionale di minore, dovrebbe essere rimpatriato alla velocità della luce, giacché Israele è uno dei paesi firmatari della Convenzione dell'Aja; in forza di questo strumento di cooperazione internazionale, la zia paterna, tutrice del bambino, potrebbe rivolgersi all'autorità israeliana direttamente oppure tramite l'autorità centrale italiana che, a sua volta, dovrebbe far partire la procedura in Israele. Ma nulla è scontato, perché il giudice di Tel Aviv non è necessariamente vincolato alle decisioni del giudice italiano, potendole ritenerle non corrispondenti all'interesse del bambino, con una valutazione in cui la discrezionalità la fa da padrona.
 
Lo scenario attuale non sembra essere particolarmente confortante: la zia materna, che vive in Israele, ha già dichiarato di non essere molto interessata alla Convenzione dell'Aja ma solo e soltanto all'interesse di Eitan a crescere non nel luogo ove è stato sino a oggi e dove ha intessuto le sue prime relazioni, ma in Israele secondo i dettami della religione ebraica, da intendersi, pare, in maniera più che ortodossa. In più lo zio è sefardita. Sullo sfondo dunque sembrano intrecciarsi due conflitti: quello tra religione e laicità e quello, più sottile, che vedrebbe contrapposti sefarditi (la famiglia materna di Eitan, originari della Spagna) e ashkenaziti (la famiglia paterna, originaria del Centro Europa). “Andremo in Israele e sarebbe bello poter tornare con Eitan". Or Nirko, zio paterno di Eitan Biran non svela la data, ma il volo potrebbe essere nei prossimi giorni. Il 29 settembre è stata fissata un’udienza per l’affidamento del bambino e l’auspicio di zia Aya e zio Or è quello di poter rientrare con il piccolo rapito dal nonno Shmuel Peleg, anche se solitamente in questi casi i tempi sono più lunghi. Possiamo definirlo un caso di sovranismo familiare?
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