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La messa in latino e la fedeltà al Concilio

Il Papa sfida i conservatori sul dialogo col mondo moderno (e scristianizzato)

Iacopo Scaramuzzi 23/07/2021

La messa in latino e la fedeltà al Concilio La messa in latino e la fedeltà al Concilio Con il motu proprio “Traditionis Custodes” papa Francesco ha ribaltato la decisione del suo predecessore, Benedetto XVI, di liberalizzare il messale pre-conciliare, la cosiddetta "messa in latino" cara a tradizionalisti e oltranzisti che si trovano fuori dalla Chiesa (i lefebvriani, il gruppo più noto, è in condizione di scisma dal 1988) o ai suoi bordi. La misura colpisce apertamente, e con notevole inflessibilità, un arcipelago reazionario da sempre in rotta di collisione con il pontefice argentino e, prima ancora, con il Concilio vaticano II, il grande sinodo che aggiornò la vita della Chiesa cattolica aprendo al dialogo ecumenico e interreligioso, alla libertà di coscienza, alla collaborazione con tutte le donne e gli uomini di "buona volontà", insomma alla modernità. Una modernità che può far nascere istanze e tensioni non banali da gestire - è il caso del cammino sinodale tedesco tacciato dagli oltranzisti di destra di essere un tentativo di scisma - ma che, il Papa ne è convinto come ne era covinto il Concilio, non va né rifiutata né tanto meno demonizzata per il semplice motivo che Dio, come diceva sant'Ignazio, è in tutte le cose, e dunque in tutte le epoche. I tradizionalisti e Bergoglio si sono sempre detestati cordialmente, e la decisione del Papa, da questo punto di vista, non è sorprendente. Così come non è sorprendente che anche tra i vescovi e i cardinali non manchino i simpatizzanti del messale tridentino - i cardinali Burke, Mueller, Zen Ze-kiun, l'arcivescovo kazako Schneider, l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò - che sono esattamente coloro che, a prescindere dalla messa in latino, da 8 anni indirizzano al pontefice argentino critiche, riserve, dubbi (anzi, “dubia”, in latino) ora sulla morale sessuale ora sull'accordo con la Cina, una volta sulle coppie gay un'altra sulla geopolitica.
 
La rottura, insomma, era nelle cose. Quel che rileva è che Bergoglio, 84 anni e un impegnativo intervento chirurgico al colon appena superato con successo, abbia deciso di formalizzarla, e senza sfumature. Come se il tempo dell'attesa e della diplomazia fosse esaurito. "Mi rattrista", ha scritto Francesco ai vescovi di tutto il mondo in una lettera che accompagna, e spiega, il motu proprio, "un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l'affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la 'vera Chiesa'".
 
Il punto, allora, non è la messa in latino, e neppure i tradizionalisti. Da 8 anni una combriccola di reazionari a dir poco esagitati attacca chiassosamente il pontefice riformista, ma dietro di loro c'è, silenziosa, una ben più consistente area cattolica conservatrice. Che non si espone, manda avanti i cavalli pazzi, ma così facendo boicotta le riforme di Bergoglio. Il quale, per dirla con il cardinale arcivescovo di Bruxelles Joseph De Kesel, ha semplicemente preso atto che la cristianità non esiste più, è finito il mondo della "religione culturale" cristiana, e la Chiesa può testimoniare ancora il Vangelo in una società secolarizzata senza, però, asserragliarsi in recriminazioni nostalgiche o ripiegamenti identitari. Ma aperta, misericordiosa, dialogante anche con chi è lontano. Come suggeriva già il Vaticano II. Con il suo ultimo motu proprio, insomma, papa Francesco parla a nuora perché suocera intenda: colpisce i tradizionalisti per domandare ai conservatori, senza più possibilità di ambiguità: siete dentro il perimetro tracciato dal Concilio sì o no? Come si dice in latino, “tertium non datur”.
 
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