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Espellere Orban dall'Ue? Sogno impossibile

Le reazioni europee alla legge ungherese anti Lgbt

Riccardo Perissich 25/06/2021

 Espellere Orban dall'Ue? Sogno impossibile Espellere Orban dall'Ue? Sogno impossibile Un coro di persone comprensibilmente esasperate, dal Premier olandese Rutte fino al nostro aspirante sindaco Calenda, hanno auspicato che Orban lasci l’Ue a causa della legge anti LGTB che ha fatto votare dal suo Parlamento. Non succederà. Non perché non lo meriti, ma perché lui non ha nessuna intenzione di farlo. Bisogna tenere presente che la vicenda, più che una guerra ideologica è un’operazione di politica interna. Orban è un aspirante autocrate opportunista che sta trasformando il paese in una cleptocrazia al suo sevizio. In questo assomiglia alla Russia di Putin; anche lui, come il collega russo, sente il bisogno di fare appello ai valori religiosi tradizionali per consolidare il suo potere. Né è possibile cacciarlo; il trattato prevede la possibilità di uscire (Brexit), ma non quella di espellere. Invece l’articolo 7, in caso di grave violazione dei principi fondamentali, dà la possibilità al Consiglio Europeo di comminare sanzioni che possono andare fino alla sospensione del diritto di voto. Il problema è che ci vuole l’unanimità (tranne ovviamente il presunto colpevole) e Orban può contare sull’appoggio della Polonia e probabilmente di altri paesi dell’est. Il problema è la natura ibrida dell’Unione. Da un lato non è (ancora) una federazione. Dall’altro ha raggiunto un livello d’integrazione che la portano a condividere esplicitamente un certo numero di diritti fondamentali. Negli ultimi decenni essi sono enormemente aumentati nella parte occidentale, per esempio per la condizione femminile, ma più recentemente anche per i diritti LGTB. Molte cose sono ormai acquisite, ma in modo diseguale; basti pensare alle difficoltà del nostro Ddl Zan. Questa vicenda potrebbe essere gestita in modo meno conflittuale, se non fosse per il fatto che abbiamo un problema più profondo che investe in modi e gradi diversi tutti i paesi ex comunisti che hanno aderito dopo la caduta del comunismo. Nell’euforia, non ci rendemmo conto che la maggior parte di quei paesi non solo era stata vittima di 40 anni di comunismo, ma aveva una storia diversa dalla nostra.
 
Nessuno di loro aveva condiviso quel faticoso processo che, dal rinascimento, alla riforma protestante e fino all’illuminismo, aveva portato i nostri paesi sia pure in modo diverso a integrare i valori della laicità e della democrazia liberale. Nulla di tutto questo, o molto poco, all’est. È quindi sgradevole constatare che il post-comunismo tende a volte ad assumere le caratteristiche di un autoritarismo bigotto e nazionalista. D’altro canto, integrare pienamente quei paesi è un interesse primordiale. Ne va della sicurezza della nostra frontiera orientale. La prova della loro importanza strategica è che la maggioranza del Consiglio Europeo li ha sostenuti nella richiesta di respingere l’improvvida iniziativa franco-tedesca di riapertura di un dialogo al massimo livello con Putin. Come fare in un’Unione ancora incompleta? Ci vuole fermezza e pazienza per contrastare ogni volta che ce n’è la possibilità legale gli eccessi, mantenere la pressione e contare sull’evoluzione della coscienza democratica delle nuove generazioni. Se ne vedono i segni in Polonia e Ungheria. Nel frattempo, l’istituzione che può accompagnare e forse accelerare il processo è la Corte di Giustizia che ha il compito anche di vegliare sul rispetto dei principi fondamentali del diritto dell’Unione. Non è sempre un compito facile, ma lo sta già assolvendo con fermezza. Bisogna continuare così, senza fare sconti ma anche senza illuderci che una soluzione sia disponibile a breve.
 
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