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Francesco e le donne all'altare

Il riformismo del Papa tra progressisti e reazionari

Iacopo Scaramuzzi 12/01/2021

Francesco e le donne all'altare Francesco e le donne all'altare Cambia tutto, non cambia niente? Ogni volta, Papa Francesco riesce a suscitare lo stesso interrogativo. E’ accaduto con i divorziati risposati, con gli omosessuali, con l’aborto, è accaduto di nuovo con la decisione di rendere stabile, pubblico e istituzionale l’accesso delle donne al Lettorato e all’Accolitato, termini piuttosto astrusi per indicare, semplicemente, il compito di leggere le Sacre scritture durante la messa e quello di dare la comunione. In molte parrocchie del mondo già accade, in molte altre il parroco non lascerebbe neanche per sogno che una donna lo sostituisca. Bergoglio ha trasformato l’eccezione in norma, la prassi di alcuni in dottrina per tutti. Il portato effettivo è relativo, il valore simbolico enorme: per secoli le donne non avevano accesso al “sancta sanctorum” in virtù di una concezione radicale della purezza cultuale, e così ancora è per i cattolici più tradizionalisti, nonché per molti ministri di altre religioni abramitiche. Oggi, per volontà di un Pontefice, le donne possono accedere, e su mandato apostolico, all’altare. Per i progressisti, troppo poco: se non le donne prete, la speranza è almeno nelle donne diacono, il lettorato e l’accolitato è un po’ poco, e rischia anzi di essere uno sbarramento a più ardite aperture. Per i conservatori – o meglio: per i reazionari, che negli ultimi anni hanno strappato ai conservatori la bandiera dell’opposizione curiale – è troppo, decisamente troppo: se le donne raggiungono l’altare la dottrina si infrange, la liturgia evapora, la Chiesa non è più quella sempiterna, immutabile – e poco importa che ad annunciare Gesù risorto sia stata una donna, Maria di Magdala: i tradizionalisti cristiani di Cristo fanno volentieri a meno.
 
Sono nove anni che Bergoglio si muove tra questi opposti schieramenti, tra reazionari e progressisti, allargando le maglie del magistero senza strapparle, evitando di rivoluzionare la dottrina per farla però evolvere. E’ un riformista, e dei riformisti condivide croce e delizia: viene criticato sia da destra che da sinistra, lascia insoddisfatto sia chi vorrebbe che facesse di meno sia chi vorrebbe che facesse di più. L’obiettivo, d’altronde, non è suscitare consensi, ma assicurare un futuro alla Chiesa. «Le riforme», diceva Camillo Benso di Cavour, «compiute a tempo, invece d’indebolire l’autorità, la rafforzarono; invece di crescere la forza dello spirito rivoluzionario, lo riducono all’impotenza».
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