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La rivincita del cardinale Pell

Che per˛ non tornerÓ a gestire le finanze vaticane

Iacopo Scaramuzzi 18/12/2020

La rivincita del cardinale Pell La rivincita del cardinale Pell Si gode lo spettacolo, ora, il cardinale George Pell: arcivescovo di Sidney (2001-2014), poi prefetto della Segreteria per l’Economia (2014-2019), è tornato in Australia per sottoporsi a un processo per pedofilia che lo ha visto condannato, incarcerato per oltre 400 giorni, infine prosciolto dalla Corte suprema australiana. Dalle stelle alle stalle e, ora, di nuovo in ascesa – e proprio quando nella polvere è finito forse il suo più grande avversario nella Curia romana, quel cardinale Angelo Becciu che lo contrastò quando Pell voleva riformare le finanze vaticane e che ora, per una ancora opaca vicenda di malversazioni dei fondi della Segreteria di Stato, Papa Francesco ha bruscamente licenziato. Pur senza avere più un ruolo, né l’età per tornare in sella – farà 80 anni tra sei mesi – il porporato australiano è voluto comunque tornare a Roma: difficile eliminare l’impressione che voglia, appunto, godersi lo spettacolo, e riprendersi la scena. La pubblicazione del suo diario di prigionia, “Prison Journal” della casa editrice statunitense Ignatius Press, è l’occasione per rilasciare dichiarazioni, gettare lì il dubbio che qualcuno a Roma abbia cercato di pilotare il processo australiano per farlo fuori – e rivendicare l’opportunità della sua spinta a riformare le finanze dello Stato pontificio.
 
Alcune cose che il cardinale aveva detto anni fa, in effetti, si sono rivelate sacrosante, e Bergoglio, col tempo, le ha fatte proprie: ha tolto l’autonomia di cassa alla Segreteria di Stato, ha disposto la centralizzazione degli investimenti, ha potenziato i controlli sui fondi dei diversi uffici vaticani. Il successo di Pell, tuttavia, non va neppure sovrastimato: l’australiano, soprannominato il “ranger” nei primi anni del pontificato di Francesco, impartiva ordini in modo spiccio e imperioso. Quanto di più lontano dai felpati modi vaticani. Ma, soprattutto, aveva in mente un’idea molto business oriented delle finanze vaticane: voleva fondare una “sicav” (società di investimento a capitale variabile) in Lussemburgo, esplorare nuovi investimenti, macinare profitti. Una buona idea se sei a capo di una banca di investimento, non se sei il pastore di una Chiesa “povera e per i poveri”, come ha detto Francesco fin dai primi giorni del pontificato. Uscito Pell, Bergoglio ha messo le finanze nelle mani di collaboratori fidati, che stanno portando a termine una riforma radicale in linea con le idee del Pontefice. La ricetta Pell, buona per smontare la proverbiale opacità del Vaticano, avrebbe portato la barca di Pietro lontana dallo spirito evangelico, preda magari di nuove trame, nuovi finanzieri, nuovi guai. Giusto che si goda lo spettacolo, ma senza tornare in partita.
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