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Brexit? Quale Brexit?

Manca poco pi¨ di un mese alla scadenza del 31 dicembre

Riccardo Perissich 26/11/2020

Brexit? Quale Brexit? Brexit? Quale Brexit? Dovrebbe tutto finire entro il 31 dicembre, eppure al momento sappiamo di più sulle piste di sci a Natale che su Brexit. Non c’è da sorprendersi, tranne che per un dettaglio: chiunque abbia partecipato a un negoziato complesso sa che c’è un momento verso la scadenza in cui tutto o quasi ciò che traspare è incerto e probabilmente manipolato da entrambe le parti. Il povero cittadino a cui la pandemia, la crisi economica e l’empatia per la pericolante democrazia americana lasci ancora un po’ di tempo per preoccuparsi di Brexit, deve fare come gli analisti dell’intelligence: mettere insieme i pochi brandelli di informazione certa e vedere se hanno senso. Cosa sappiamo? Sostanzialmente solo quali sono le 4 difficoltà sulla via dell’accordo, senza il quale si apre lo spettro di hard Brexit. Sarebbe un grosso guaio per tutti, ma per loro molto più che per noi. La prima riguarda l’accesso dei pescatori europei alle acque britanniche. Un problema quasi irrilevante economicamente, ma politicamente altamente sensibile per i britannici e un certo numero di paesi europei. La questione si può riassumere in questi termini: loro hanno il pesce, noi il mercato. Se non fosse per le emozioni che suscita, l’accordo sarebbe già stato trovato.
 
La seconda questione è invece di importanza capitale, ma difficile da spiegare. Normalmente un negoziato commerciale consiste nell’eliminare ostacoli. In questo caso è il contrario. La Gran Bretagna è ora completamente integrata nel mercato europeo. Il negoziato consiste quindi nell’evitare che dopo Brexit si creino ostacoli che oggi non ci sono a causa di divergenze normative (per esempio in materia di ambiente o di protezione della salute) o negli aiuti di stato. In teoria non dovrebbe essere difficile perché Londra si affanna ad affermare di essere il più verde di tutti e che non ha intenzione di far magiare ai suoi cittadini pollo al cloro. Il problema è doppio. Da un lato, una parte dei politici britannici fa il controcanto prospettando la trasformazione del paese in una “Singapore sul Tamigi”. Dall’altro, il totale e incondizionato recupero di sovranità è il principale obiettivo dichiarato di Londra. In sostanza è un dilemma fra fiducia (nostra) e sovranità (loro); due principi non facili da conciliare.
 
Il che ci porta alla terza questione: come verificare che un eventuale accordo sarà rispettato, e con quali meccanismi vincolanti? Il problema della fiducia è aggravato dalla quarta questione. Era stato trovato un accordo su una questione capitale: come evitare che dopo Brexit si ristabilisca una frontiera fra L’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Ora Londra dice che potrebbe ripensarci, il che fa precipitare la fiducia fra i continentali. Tra l’altro su questa questione a Johnson capita un guaio imprevisto: con Trump esce di scena un sostenitore di Brexit, mentre Biden è irlandese e molto attaccato alle sue origini. Un buon accordo con gli Usa è un tassello essenziale della strategia britannica. Su tutto aleggia il dettaglio che la scadenza è fra poco più di un mese. Non basta che i due negoziatori escano da una stanza il 24 dicembre travestiti da Babbo Natale sventolando un pezzo di carta. L’eventuale accordo dovrà essere ratificato da un sacco di gente e ciò richiederà tempo. In un mondo normale, si deciderebbe di prolungare la transizione, ma ciò farebbe perdere a Johnson la faccia che gli rimane. Aspettiamoci quindi la catastrofe di hard Brexit, oppure un accordo provvisorio, il che vorrà dire che Londra avrà ceduto su alcuni punti essenziali, ma potrà dire che non è per sempre. Se questo fosse il risultato, suggerisco un metro di giudizio semplice: più la scadenza è lontana, magari oltre le prossime elezioni britanniche, più Johnson avrà ceduto senza doverlo ammettere.
 
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