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Brexit: il gioco del cerino?

Johnson preferirebbe il "no deal" che sarebbe catastrofico per la Gran Bretagna

Riccardo Perissich 22/10/2020

Boris Johnson Boris Johnson Per Brexit siamo, fra la Gran Bretagna e l'Ue, in quella fase finale tipica di ogni negoziato, in cui prevalgono provocazione, disinformazione e bluff. Gli osservatori avranno notato i messaggi contraddittori e quasi contemporanei che emanavano da Londra nei giorni scorsi sui due principali nodi rimasti: i diritti di pesca e le regole di concorrenza. Mostrando ancora una volta di non capire nulla di come funziona l'Europa, Johnson ha tentato la mossa del cavallo di rinnegare gli impegni internazionali presi nei confronti dell'Irlanda, ma così ha solo aggravato la situazione. L'istinto ci dice che la lancetta delle probabilità volge piuttosto verso il no deal. Si tratta probabilmente della soluzione da sempre preferita da Boris, il quale però si trova sottoposto a una fortissima pressione da parte di tutti i settori economici, dell'opposizione e di importanti componenti del suo partito per trovare una soluzione. Quindi tutto può succedere, ma non gli sarà facile uscire dalla trappola senza perdere la faccia.
 
La posizione dei 27 è da un certo punto di vista più facile. Abbiamo margini per negoziare; soprattutto sui diritti di pesca, un po' meno sulle regole di concorrenza. Dopo un quarto di secolo di appartenenza comune a un mercato integrato, il rapporto fra le nostre economie e quella britannica è troppo stretto per poter applicare la soluzione, come vorrebbe Boris, di un accordo commerciale classico. Come ha affermato Giuseppe Conte, si tratta di questioni "non negoziabili"; il che, tradotto dal diplomatichese, vuol dire che i margini sono molto ridotti. Il problema di Boris è che il negoziato è asimmetrico. Anche se un no deal sarebbe negativo per tutti (per l'Italia tuttavia meno che per altri), per il Regno Unito sarebbe catastrofico. Noi abbiamo due imperativi: difendere l'unità dei 27 e proteggere l'integrità del mercato unico. Inoltre, mentre per loro si tratta del principale problema nazionale dopo il Covid, per noi il suo posto nella scala delle priorità politiche che consumano il tempo limitato dei nostri dirigenti è molto più basso.
 
Prepariamoci quindi alla normale conseguenza di ogni fallimento: il blame game, che in italiano è noto come il gioco del cerino. Non cambierebbe nulla nella sostanza, ma avrebbe sgradevoli conseguenze politiche. A questo gioco i britannici sono più bravi di noi, che siamo spesso preda di una confusa cacofonia. Il pericolo è quindi che emergano dalle nostre parti grilli parlanti che sosterranno "che è anche colpa nostra", quando invece 27 governi sono stati uniti per 4 anni a difendere la stessa, logica, posizione. C'è una regola ferrea di ogni negoziato: bisogna sforzarsi di capire le ragioni dell'interlocutore, ma dargli ragione è autolesionista e quindi proibito.
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