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Erdogan soffia sul fuoco del Nagorno Karabakh

Non sembra reggere la fragile tregua imposta da Mosca

Rocco Cangelosi 12/10/2020

Erdogan soffia sul fuoco del Nagorno Karabakh Erdogan soffia sul fuoco del Nagorno Karabakh Hanno ripreso a tuonare le armi in Nagorno Karabakh nonostante il perentorio intervento di Mosca che ha costretto le parti in causa a stipulare una fragile tregua umanitaria, subito violata. Il conflitto congelato per circa trent'anni e riesploso violentemente nei giorni scorsi ha riaperto ferite non rimosse dal tempo e che mantengono la loro drammatica attualità. Piccola enclave di popolazione armena e di religione cristiana ortodossa, fu voluta da Stalin come entità autonoma all'interno dell'Azerbaigian, paese musulmano che ne ha sempre rivendicato la sovranità. Con la caduta dell'impero sovietico, nel 1992 il Nagorno Karabakh proclamò l'indipendenza, mai riconosciuta dal governo azero e riconosciuta solo di fatto dalla stessa Armenia innescando un conflitto protrattosi per decenni tra le due popolazioni.
 
Grazie al gruppo di Minsk creato nel quadro Osce, che vedeva impegnati le maggiori potenze, in particolare Russia e Usa, il conflitto veniva congelato sulla base della situazione di fatto. Dietro la ripresa delle ostilità di questi giorni si celano le ambizioni egemoniche di Erdogan che intende riproporre l'influenza turca nei paesi una volta appartenenti all'impero ottomano, rinfocolando antiche rivalità e riportando alla memoria della Comunità internazionale il genocidio armeno. Tuttavia la spinta di Erdogan trova un ostacolo insormontabile nella Russia di Putin che si erge a difensore della cristianità e ha sottoscritto un accordo di mutua assistenza con l'Armenia.
 
Ma molto attento alla situazione è anche l'Iran, confinante sia con Armenia che con Azerbaigian, preoccupato per le ingenti forniture di armi da parte di Israele al Governo di Baku. Teheran ha tutto l'interesse a mantenere un delicato equilibrio ed evitare una guerra regionale in considerazione anche dei 20 milioni di iraniani di etnia azera e di una collettività armena di almeno 100mila persone che vive dentro i suoi confini. Una situazione complessa e delicata, nella quale sono coinvolte anche Francia, Germania e Italia come membri del gruppo di Minsk, messa a repentaglio dalle improvvide azioni del Sultano, ispirate soprattutto da motivi di politica interna e resa incandescente dagli appetiti suscitati dalle ingenti risorse petrolifere dell'Azerbaigian.
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