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Delude il “migration pact” europeo

La proposta della Von der Leyen vola basso ma non scalfisce le resistenze dei Paesi sovranisti

Rocco Cangelosi 28/09/2020

Delude il “migration pact” europeo  Delude il “migration pact” europeo La proposta della Commissione europea sul "migration pact" lascia perplessi su molti aspetti. A differenza di quanto aveva fatto per il Recovery fund, Ursula Von der Leyen ha volato basso rinunciando a esercitare la sua leadership in un settore cruciale per l'Unione, che in prospettiva ha una valenza politico-sociale equivalente se non superiore agli effetti della pandemia. L’intero documento è incentrato sulle modalità per tenere lontani potenziali migranti e richiedenti asilo, mentre poco spazio viene lasciato per lo sviluppo di adeguate politiche migratorie di lungo respiro della Ue.
 
Intorno a questa idea di fondo si articolano tutta una serie di marchingegni che dovrebbero portare ai rimpatri dei non aventi diritto attraverso una collaborazione obbligatoria tra gli Stati membri. Esternalizzazione delle frontiere, rimpatri sponsorizzati ed espulsioni, questo il menù principale. Procedure irrealistiche quanto alla tempistica (5 giorni per il riconoscimento degli stranieri e 12 settimane per chiudere la procedura). Sostanzialmente il regolamento di Dublino rimane lo stesso. La responsabilità primaria grava sullo Stato di primo ingresso, il resto è rimesso alla buona volontà dei partner. Ma non basta: la proposta della Commissione non accontenta neanche i sovranisti già pronti a dare battaglia.
 
Si dirà che realismo ha voluto che la Commissione tenesse un basso profilo per evitare scottanti delusioni come quelle subite dal piano presentato a suo tempo da Juncker. Eppure una buona base di partenza per superare Dublino era sul tavolo. La risoluzione del 2017 del Parlamento europeo prevede che il paese di primo approdo non sarebbe più automaticamente responsabile del trattamento della domanda di asilo. I richiedenti asilo verrebbero ripartiti in tutti i Paesi dell'Ue e sarebbero ricollocati rapidamente e in maniera automatica in un altro Stato. In caso di rifiuto, l'accesso ai fondi Ue verrebbe ridotto. Né sarebbero mancati alla Von der Leyen strumenti di moral suasion nei confronti dei Paesi recalcitranti, a partire dalla minaccia di sospendere l'erogazione di quote del Recovery fund. Ma la Commissione ha preferito orientarsi diversamente scegliendo un approccio più gradito ai sovranisti nella speranza di ammorbidirne la posizione di chiusura totale. Una mera illusione, alla luce delle prime reazioni di Orban e compagni decisi a porre il veto su tutto.
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