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l'Italia nel ginepraio libanese

Il nostro ruolo rischia di essere del tutto marginale nonostante l'impegno dei nostri soldati

Rocco Cangelosi 14/09/2020

l'Italia nel ginepraio libanese l'Italia nel ginepraio libanese L'incendio nel porto di Beirut, a un mese di distanza dalla devastante esplosione che aveva scosso la capitale libanese provocando migliaia di vittime, fa crescere gli interrogativi circa le reali capacità di rinascita del Paese dei cedri. La situazione politica e sociale è divenuta incandescente a causa soprattutto della grave crisi economica che ha condotto il Libano alla bancarotta. I leader libanesi sono sotto crescente pressione da parte dell'opinione pubblica per apportare cambiamenti radicali alla gestione economica del paese.
 
Eredità del dominio coloniale francese, il governo libanese è progettato per fornire una rappresentanza politica a tutti i gruppi religiosi. Di questi, i tre principali, i cristiani maroniti, i musulmani sunniti e i musulmani sciiti sono tuttavia perennemente in conflitto tra loro e l‘ingombrante presenza di Hezbollah al governo rende le cose più difficili.
 
Il presidente francese Macron recatosi in due occasioni a Beirut dopo l’esplosione del 4 agosto, ha assunto il ruolo di patrocinante, che la Francia si arroga da sempre, per la formazione di un nuovo governo, affidata al sunnita Mustapha Adib, già ambasciatore a Berlino. Parigi cerca in tal modo di riconquistare il terreno perduto in un Libano sottoposto all’influenza dei Paesi che appoggiano le diverse confessioni religiose al potere a partire da Iran e Turchia. Un scenario ancora più complicato dalla disputa con Israele sulla delimitazione della zona economica esclusiva per lo sfruttamento delle ingenti risorse energetiche del Mediterraneo orientale.
 
In questo contesto si è inserita la visita di Conte, che seguendo le orme di Macron, cerca uno spazio per l'Italia a difesa dei nostri interessi nel Mediterraneo. E ne avrebbe tutte le ragioni, non fosse altro per i nostri mille soldati impiegati nella missione Unifil di interposizione tra Libano e Israele. Tuttavia il ruolo del nostro Paese in Libano appare del tutto marginale e il dividendo politico che l'Italia ne ricava a fronte di un impegno militare rilevante e rischioso è pari a zero, fatto salvo il prestigio unanimemente riconosciuto alle nostre Forze Armate e un generico apprezzamento della Comunità internazionale per il contributo dato dall'Italia alla stabilità del Medioriente. Si ha l'impressione che, rebus sic stantibus, il nostro Paese lavori per il re di Prussia, dato che sono gli altri Paesi impegnati nel groviglio libanese a trarne i maggiori vantaggi.
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