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Il pellegrinaggio di Conte in Europa

Tutti i nodi dell'intricata trattativa sul Recovery Fund nei colloqui a Lisbona, Madrid, l'Aja e Berlino

Riccardo Perissich 14/07/2020

Il pellegrinaggio di Conte in Europa Il pellegrinaggio di Conte in Europa Lo “European Recovery Fund” proposto inizialmente da Francia e Germania e poi formalizzato dalla Commissione è diventato centrale nel dibattito italiano non solo sull’economia, ma sulla politica tout court. D’altro canto “la questione italiana” è al centro delle discussioni in Europa. È quindi normale che Conte abbia intrapreso un giro delle capitali che, dopo Lisbona, Madrid e l’Aja lo ha portato ieri a Berlino. La scelta è stata buona: i principali supposti alleati, il principale (non supposto) avversario, il principale arbitro. Qual è l’obiettivo? In realtà sono due. Il primo è di convincere i partner della serietà delle intenzioni italiane e quindi della solidità dei programmi che sottoporremo all’Ue per ottenere gli agognati finanziamenti. Possiamo essere certi che Conte ha utilizzato tutto il suo garbo per essere convincente, ma sappiamo anche che, come in tutti i consessi di gentiluomini, la reazione implicita o esplicita sarà: “Vedere cammello, mostrare denaro”. C’è una seconda dimensione del problema di cui si parla meno o piuttosto se ne parla in modo troppo semplificato. Questa non è una discussione fra due o magari tre blocchi di paesi: noi, i “frugali” e forse i Visegrad. Basta leggere le proposte di compromesso enunciate dal Presidente del Consiglio europeo Michel per vedere che si tratta di un negoziato molto complesso con un numero elevato di variabili. Per il “”Recovery fund” si tratta di decidere la dimensione, l’equilibrio fra prestiti ed erogazioni, la durata, la distribuzione fra i paesi beneficiari, gli obiettivi specifici, le modalità di erogazione e di controllo, i tempi e le modalità di rimborso. Ma non basta. Poiché l’esercizio è inserito nella programmazione pluriennale del bilancio Ue, ci sono anche i problemi abituali di quel bilancio: la sua dimensione, l’equilibrio fra coesione, agricoltura e “altre politiche”, la questione del rispetto dello stato di diritto, fino al futuro dei “rimborsi” a Germania, Olanda e altri paesi ereditati dal celebre “problema britannico”.
 
È facile dedurne che l’incrocio di tutte queste questioni non conduce a tre blocchi, ma potenzialmente a 27 posizioni nazionali. In una lista così complessa, ognuno deve stabilire le sue priorità. È auspicabile che lo abbia fatto anche l’Italia perché in discussione non ci sono solo principi, ma anche interessi. C’è da sperare per esempio che le antenne di cui dispone abbiano permesso a Conte di comprendere le vere priorità spagnole; l’ultima cosa che vogliamo è una ripetizione della beffa di Valencia, quando Prodi fu mollato da Aznar nella richiesta di posticipare l’entrata in vigore dell’euro. È importante anche che l’Italia abbia ben presente il legame reciproco fra i due piani del negoziato: interno ed europeo. Se questa è una grande occasione per dare una spinta decisiva alle riforme di cui il paese ha bisogno da decenni, i tempi e le condizioni del paese, della sua politica e della sua amministrazione invitano al realismo. È quindi fondamentale che modalità, procedure e condizioni che saranno definite a Bruxelles ne tengano conto. Altrimenti rischiamo di negoziare con un’Europa immaginaria a nome di un’Italia che non c’è. 
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