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Arriva il Macron 2, piu' a destra e piu' verde

Per noi italiani una buona e una cattiva notizia

Riccardo Perissich 07/07/2020

Emmanuel Macron Emmanuel Macron Conformemente alla tradizione della V Repubblica, Macron ha cambiato il suo governo a meno di due anni dalle presidenziali. Ecco qualche pillola di interpretazione.
 
1. Nella nuova équipe colpisce il contrasto fra un nuovo Primo Ministro quasi sconosciuto che ne sostituisce uno molto visibile e popolare, con una compagine ministeriale che ha invece complessivamente un profilo politico nettamente più elevato della precedente.
 
2. L'equilibrio complessivo dei nuovi ingressi, delle promozioni e delle retrocessioni indica un visibile spostamento a destra dell'asse governativo. Molti dei "promossi" compreso il Primo Ministro ma anche Gérald Darmanin nel nuovo cruciale ruolo di Ministro dell'Interno, sono stati in passato vicini a Sarkozy, considerato da alcuni il mentore ufficioso del Presidente.
 
3. La mossa ha un senso strategico. I sondaggi e i recenti risultati elettorali mostrano che: l’estrema destra è viva e vegeta, la sinistra a guida ecologista è sempre frammentata ma si sta risvegliando, i conservatori sono ancora potenzialmente la maggioranza ma stentano a trovare una leadership credibile. La tacita alleanza coincide quindi con l'interesse di Macron che sa di non poter sperare in apporti elettorali da sinistra ed è obbligato a cercarli a destra, ma anche con quello dei conservatori ex gollisti che sono ancora divisi e sotto lo shock della sconfitta del 2017. L'interessante eccezione è Barbara Pompili al Ministero della Transizione Ecologica: un'ambientalista pura e dura nella tradizione francese che declina l'ambientalismo rigorosamente a sinistra. Trattandosi di uno dei principali banchi di prova del prossimo governo, non è difficile prevedere arbitrati complicati.
 
4. Dal nostro punto di vista, una buona e una cattiva notizia. La buona è la riconferma di Le Maire alle finanze, nostro frequente alleato nei negoziati europei. La cattiva è la riconferma agli esteri di Jean-Yves le Drian, l'artefice della fallimentare politica francese in Libia.
 
5. Tutto ciò suggella il principale fallimento di Macron: l'incapacità di dare al movimento che ha creato dal nulla un minimo di struttura, organizzazione e classe dirigente. Il risultato è il sostanziale fallimento della "rivoluzione liberale" sulla cui base era stato eletto. Forse missione impossibile in un paese in cui liberalismo è una parolaccia a meno che non faccia rima con statalismo. Ora Macron potrà dire che la recessione post-Covid cambia tutto, come successe a Sarkozy (un altro liberale velleitario) dopo la crisi del 2008.
 
6. In Europa Macron, ormai chiaramente junior partner della coppia franco-tedesca, farà bene a ricordare che si conta a Bruxelles e a Berlino solo se si ha successo a Parigi; o meglio, nel suo caso nella provincia profonda che mal tollera l'arroganza di un gruppo di tecnocrati parigini. Due anni sono lunghi per un paese il cui sistema politico è diventato altrettanto disfunzionale di quello italiano. Un paese in cui la "terza camera" non è nemmeno rappresentata dai talk shows come da noi, ma da una piazza in continua ebollizione. Un paese che ha i tassi di disuguaglianza minori di tutta Europa e che sembra destinato a uno dei migliori rimbalzi dopo la crisi, ma che si aspetta un autunno bollente e non smette di sognare le tricoteuses sotto la ghigliottina. Aux armes citoyens! 
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