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Banche centrali e rischi ambientali

I moniti della Bce e l'esperienza della Banca d'Inghilterra

Pia Saraceno 03/07/2020

Banche centrali e rischi ambientali Banche centrali e rischi ambientali Il cambiamento climatico crea rischi finanziari molto pervasivi. Coinvolge tutti gli attori nel sistema economico e si manifesta come perdite fisiche di capitale e come impatto sui singoli settori nella transizione verso sistemi produttivi a zero emissioni. Le Banche Centrali lo sottolineano con sempre maggior forza nei loro report e stanno cercando la strada per incorporarlo nelle proprie decisioni di politica monetaria. Isabel Schnabel, componente del Comitato esecutivo Bce ha affermato che il mercato dei green bond (cioè delle emissioni di titoli per finanziare lo sviluppo tecnologico lungo la transizione verso economie decarbonizzate)  "è molto piccolo", quindi va innanzitutto "rafforzato" e sviluppato. Il fatto che ci siano pochi bond con queste caratteristiche, dipende dal fatto che l’ambiente è un tipico bene comune ed i comportamenti individuali creano esternalità negative mentre le politiche per la sua salvaguardia sono un bene pubblico. La Schnabel con la sua frase ad effetto sembra voler sottolineare che le Banche Centrali si devono porre il problema di creare le condizioni per favorire un miglior merito del credito per i finanziamenti “green”. Come questo ruolo possa essere svolto è tuttavia ancora da capire. Idealmente esistono due vie: focalizzarsi sulla quantificazione del rischio ambientale, promuovere la finanza verde. La seconda strada potrebbe non rientrare tra il mandato delle Banche Centrali.
 
La Banca d’Inghilterra, che ha nei giorni scorsi pubblicato il primo "The Bank of England’s Climate- related financial disclosure", indica una metodologia per seguire la prima strada, più diretta che implica far coincidere gli obiettivi di decarbonizzazione delle operazioni della Banca con quelli definiti a livello politico. Ciò consente alla Banca di restare nell’ambito del proprio mandato perché la stabilità dei prezzi dipende anche dal considerare correttamente il rischio climatico implicito nelle proprie azioni. Sviluppando una metodologia sia per identificarlo che per indicare come possa essere gestito, si pone l’obiettivo di condizionare anche le scelte degli operatori sui mercati finanziari perché la struttura del portafoglio della Banca considera l’esposizione al rischio ambientale come elemento strategico di scelta.  Il report spiega quindi come ha strutturato il processo interno per giungere alla quantificazione del rischio climatico: si è dotata di un sistema di governance specifico con assegnazione di responsabilità; ha identificato gli indicatori per perseguire gli obiettivi della strategia, definita prioritaria nel gennaio 2020 ed in  costante evoluzione  per tener conto che i rischi sono in continuo mutamento e che le opportunità della transizione rientrano tra le azioni per la mitigazione del rischio. La scelta dei target, degli indicatori e delle azioni per raggiungerli dovrà quindi continuare adattarsi alla migliore comprensione dei fenomeni. Nel report la quantificazione del rischio considera il “carbon footprint” delle proprie attività fisiche (acquisti, sedi, viaggi, produzione di banconote ecc.) e delle attività finanziarie detenute nel proprio portafoglio a supporto delle azioni di politica monetaria e per altri scopi. Il contenuto di carbonio nelle azioni della Banca come per milioni di euro di Gdp sarebbe di 202 tonnellate di C02, un valore del 30% inferiore alla media dei G7. Il processo è avviato e nei prossimi anni la Banca includerà il fattore climatico nelle proprie scelte in base ai propri obiettivi. Se questo approccio sarà seguito anche dalla Bce e dalle Banche Centrali dei paesi, che si sono impegnati a Parigi, gli operatori non potranno non tenerne conto.
 
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