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Vado, chiarisco e torno

Pompeo e Netanyahu, la sindrome dell'amico americano

Maria Grazia Enardu 15/05/2020

Benjamin Netanyahu Benjamin Netanyahu Da decenni, Israele ha un amico a modo suo generoso ma ingombrante, perché una superpotenza pensa in modo diverso da una piccola potenza. Oggi, Netanyahu dopo 3 stremanti elezioni e un accordo di turnazione con l'avversario Gantz, considera prioritari i suoi seri guai giudiziari (corruzione) ma sa bene che annettere un terzo del West Bank (anzi, la Giudea e Samaria), come ha scritto nell'accordo di governo, è follia. Politica, economica, internazionale, demografica. Ma se si allineano alcuni fattori lo farà, o meglio farà finta di farlo. I fattori sono: la paura di Bibi di un processo e di una condanna; pressioni e sfaldamenti interni, se la fazione dei coloni esondasse; pressioni e ricatti Usa, shakerati da Pompeo. Bibi dovrà calcolare la formula di ambiguità giusta, ma è nel tempo una roulette russa.
 
Il segretario di Stato è fedelissimo di Trump e parte militante della mitica base elettorale di Donald, lo zoccolo di granito della destra evangelica. Raramente la religione di un segretario di Stato appare determinante ma con Pompeo quasi. E' un cristiano millenarista, prega per la sequenza Grande Israele e ritorno di tutti gli ebrei, poi Armageddon e ritorno di Gesù Cristo, alla guida di supreme legioni. Pompeo è andato di corsa in Israele a parlare con Bibi redux e il suo neo-alleato. Non si sa di cosa, ma l'annessione o meglio il piano di pace di Trump non erano priorità, hanno detto. E in questo hanno detto il vero. Bibi ha una finestra di annessione da luglio a novembre se Trump perde, anche dopo se vince. Ma Pompeo deve aver rispiegato a Bibi che nessuna foglia deve muoversi senza pieno consenso Usa. Bibi avrà sorriso amaro, con Trump si rischia di avere un Ok e di essere mollati un secondo dopo. Gantz e gli altri del neonato governo (ancora da definire) l'avranno capito bene e tormenteranno Bibi, senza pietà.
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