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L'Europa deve darsi una mossa

Se non vuole farsi sopraffare dai nazionalismi

Rocco Cangelosi 17/03/2020

L'Europa deve darsi una mossa L'Europa deve darsi una mossa Non è la prima volta che il Trattato di Schengen viene sospeso. Secondo i dati forniti dalla Commissione, i controlli alle frontiere sono stati reintrodotti ben 116 volte. L'Italia lo ha fatto nel 2001 per il G8 di Genova, per quello dell'Aquila nel 2009 e per il G7 di Taormina nel 2017. Nello stesso modo si sono comportati anche gli altri Stati per far fronte ad emergenze legate al terrorismo o all'emergenza migranti. L'art. 2 della Convenzione di applicazione dell'accordo prevede la possibilità di adottare le misure necessarie per ragioni di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, informandone previamente gli altri Paesi membri. Perché dunque sorprendersi di fronte alle decisioni dei singoli Stati che hanno reintrodotto il controllo alle frontiere e imposto limiti alla libera circolazione sul proprio territorio, come ha fatto anche l'Italia, in un momento di estrema emergenza sanitaria? Stefano Folli nell'articolo di ieri su "la Repubblica" è giunto a parlare di fine dell'Europa dopo la decisione della Germania di sospendere il Trattato, senza consultarsi previamente con gli altri Paesi. Senza voler arrivare alle conclusioni francamente eccessive di Folli, va tuttavia sottolineato che l'Ue tutto ha fatto, tranne che dare segnali di coesione e unità di intenti. È mancato un coordinamento delle azioni da intraprendere a livello nazionale ed europeo, non è stata varata alcuna strategia di contenimento dell'emergenza virus. Ognuno continua ad andare per la sua strada e come stiamo vedendo Francia, Germania e altri Paesi stanno prendendo le stesse decisioni del governo italiano.
 
Sul piano economico, la comunicazione di Cristina Lagarde è stata disastrosa, dando l'impressione di una Bce preoccupata solo del rispetto dei parametri contenuti nello Statuto della Banca, senza il coraggio, forse per voler marcare una netta discontinuità da Draghi, di ripetere l'impegno a fare tutto il necessario. È vero che alcune importanti misure di sostanza sono state prese, ma se vengono veicolate nel modo sbagliato finiscono per rivelarsi controproducenti. Altrettanto vale per la Commissione europea, che non riesce ad esercitare pienamente il suo diritto di iniziativa e fornisce un'immagine sbiadita della sua azione, che sembra riassumerei solo nell'allentamento dei vincoli del patto di stabilità. C'è da augurarsi che si tratti solo di un inceppamento iniziale di un meccanismo decisionale complesso e pachidermico, non in grado di rispondere con prontezza ad eventi ai quali colpevolmente né i singoli Paesi né l'Unione erano preparati. Adesso tuttavia, di fronte all'aggravarsi della situazione in tutta l'Europa e nel mondo, appare necessario che venga posto rimedio rapidamente agli scivoloni iniziali di comunicazione e di sostanza che rischiano di portare acqua alle tesi nazional-populiste, che invocano l'uomo forte e la sospensione non solo di Schengen, ma anche delle garanzie dello Stato democratico. Non è più accettabile che l'emergenza coronavirus venga affrontata in ordine sparso, senza un forte coordinamento europeo e mondiale. Qualcosa si sta muovendo in questa direzione, ma senza voler abusare di una espressione spesso utilizzata, viene da dire "Facciamo presto".
 
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