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La Brexit Ŕ fatta. Ora bisogna solo realizzarla

Il rischio che i disagi superino i benefici per gli inglesi

Rocco Cangelosi 29/01/2020

La Brexit Ŕ fatta. Ora bisogna solo realizzarla La Brexit Ŕ fatta. Ora bisogna solo realizzarla Un enorme orologio puntato su Downing street  scandisce le ultime ore della permanenza del Regno Unito nella Ue. E' l'unico segnale concreto del divorzio ormai imminente dopo 47 anni di membership più o meno piena. La Regina ha firmato il Withdrawal Agreement Act, Boris Johnson pronuncerà venerdì prossimo 31 gennaio il discorso storico di addio, una moneta commemorativa da 50  pence verrà coniata, ma forse non suonerà il Big Ben come auspicato dal partito vincente per rispetto degli antibrexiters. Al di là di questi aspetti, gli inglesi attendono la fatidica data con indifferenza, nella consapevolezza che le cose non cambieranno almeno nei primi tempi. Johnson sostiene che nel giro di un anno verrà stipulato un nuovo accordo con l'Ue, che da parte sua considera invece i tempi troppo stretti e mette in guardia attraverso la voce del suo negoziatore Barnier sui rischi di un mancato accordo.
 
Il leader  britannico per prestare fede alle promesse elettorali, dovrà dare qualche concreto segnale di cambiamento in positivo. Il disallineamento dalle regole comunitarie comporterà infatti degli scossoni con conseguenze dirette sulla vita quotidiana dei sudditi britannici, che potrebbero subire disagi e ingorghi burocratici. Ma i problemi ci sono per tutti. Gli studenti probabilmente non potranno più usufruire dei programmi Erasmus in Gran Bretagna e viceversa; gli irlandesi temono il mancato accesso alle acque territoriali britanniche per la pesca; la concorrenza fiscale determinerà importanti squilibri; i prezzi di molti beni di consumo aumenteranno e la libera circolazione verrà visibilmente rallentata.
 
Johnson dovrà quindi offrire rapidamente delle alternative credibili. A Davos ha parlato con il ministro del tesoro americano Mnuchin di un grande accordo di libero scambio con gli Usa, come alternativa al mercato unico europeo, anche se  il cammino non è privo di ostacoli. Prova ne sia la decisione di Boris di dare via libera a Huawei Technologies, nonostante il non placet americano. L'altra pista perseguita dal primo ministro sembrerebbe il dumping fiscale per attrarre investimenti a danno dei Paesi Ue. Il cammino radioso descritto da Johnson durante la campagna elettorale non sarà così facile e se i risultati non dovessero arrivare subito si troverebbe a gestire il dissenso crescente di una grande parte della popolazione e le spinte centrifughe provenienti da Irlanda del Nord, Galles e Scozia. Non solo, ma la tentazione di trasformare il Regno Unito in una grande Hong Kong potrebbe innescare una serie di ritorsioni da parte della Ue e una guerra commerciale che non gioverebbe a nessuno.
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