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Italia incerta sullo scenario libico

L'equidistanza tra Serraj e Haftar non giova alla nostra posizione

Rocco Cangelosi 13/01/2020

Italia incerta sullo scenario libico Italia incerta sullo scenario libico Dalla mezzanotte di ieri tacciono le armi in Libia. E' un piccolo passo avanti verso una soluzione politica del conflitto, i cui contorni sono tuttavia tutti da delineare.
La tregua armata tra i due contendenti arriva dopo il perentorio appello di Russia e Turchia, i principali attori sul terreno, dalle cui decisioni dipendono in questa fase le sorti del futuro della Libia. L'Europa plaude alla tregua e  Angela Merkel tesse la sua tela in una spola frenetica di contatti con Putin ed Erdogan nella speranza  di far decollare la Conferenza di Berlino, che dovrebbe riunire intorno al tavolo i Paesi più direttamente interessati alla composizione  del conflitto. L'Italia rivendica il suo contributo alla soluzione della crisi, dopo aver rimediato in extremis allo scivolone diplomatico che aveva indotto Al Serraj a disertare l'incontro a Palazzo Chigi dopo quello con Haftar. Tuttavia il nostro ruolo è apparso e resta solo di facciata, poiché non siamo in grado di offrire nessuna prospettiva concreta che possa dare sostanza ai nostri velleitari tentativi di mediazione, nell'illusione che siano gli altri a risolvere i nostri problemi. "Udite quei forti che tengono il campo..."ammoniva il Manzoni nel coro dell'Adelchi.
 
Non solo, ma la così detta linea di equidistanza tenuta dal governo italiano non giova poiché finisce per trasformarsi in ambiguità. In effetti ricevendo Haftar a Palazzo Chigi, abbiamo in qualche modo legittimato la sua aggressione a danno del governo legittimo riconosciuto dall'Onu, mettendo i due interlocutori sullo stesso piano. Per di più, la nostra azione di contenimento di Haftar si svolge a rimorchio  di quella della Turchia, che con il suo accordo con il governo di Tripoli sullo sfruttamento della zona economica esclusiva, mette a repentaglio gli interessi dell'Eni impegnata nelle prospezioni e nello sfruttamento di importanti giacimenti di gas nelle acque prospicienti l'Egitto, Cipro e Grecia. D'altra parte, non avendo chiari gli obbiettivi della nostra politica mediterranea e soprattutto non essendo disposti a pagare nessun prezzo, non resta altro che nascondere la nostra debolezza dietro la forza altrui.
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