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L'uccisione di Soleimani senza strategia

L'ultimo atto della lunga catena di errori americani in Medio Oriente

Rocco Cangelosi 07/01/2020

I funerali del generale Qasem Soleimani I funerali del generale Qasem Soleimani Difficile capire quale strategia ci sia dietro l'uccisione mirata del generale Qassem Soleimani, indiscusso capo delle milizie sciite Quds operanti in Siria, Iraq, Libano, Yemen e in maniera meno appariscente in altri paesi mediorientali. I risultati immediati del raid americano sono davanti agli occhi di tutti: un aumento esponenziale della tensione in Medio Oriente e dei sentimenti antiamericani, una risoluzione del parlamento iracheno contro la presenza delle forze Usa e Nato (quindi anche nostra), la denuncia dell'accordo sul nucleare da parte dell'Iran, l'Ambasciata americana a Bagdhad sotto assedio, minaccia di attentati terroristici da parte di Nasrallah a obbiettivi americani e dei loro alleati, profonde spaccature nella opinione pubblica americana e internazionale.
 
Se Trump voleva un pretesto per avviare una guerra contro l'Iran ci è pienamente riuscito, se invece sperava di intimidire Teheran ha ottenuto l'effetto contrario. In realtà la sconsiderata decisione di Trump, ispirata probabilmente anche da motivi di politica interna (l'impeachment e le elezioni) è solo l'epilogo della fallimentare politica Usa sviluppatasi nel corso degli anni, fatta di improvvisazioni ed errori di valutazione, che hanno di fatto consegnato l'Iraq in mani iraniane, dopo avervi perduto 5mila soldati e bruciato 1000 miliardi di dollari.
 
George W. Bush non aveva minimamente considerato che abbattendo il regime talebano in Aghanistan nel 2001 e facendo cadere Saddam Hussein due anni dopo avrebbe liberato la Repubblica islamica dell'Iran da due spine nel fianco, aprendo la porta a una penetrazione delle milizie sciite in tutta l'area. E' stata poi la volta di Obama che nel tentativo di rimediare agli errori del suo predecessore e nella prospettiva di un ritiro del contingente americano, ha avallato l'ascesa a primo ministro iracheno di al-Maliki, uno sciita strettamente legato all'Iran, aprendo di fatto l'occupazione dello spazio politico e militare alla Repubblica islamica, che ha poi rafforzato la sua influenza intervenendo a sostegno dell'esercito iracheno in rotta di fronte all'avanzata del Daesh, con la copertura aerea americana.
 
Trump, nell'ereditare una situazione già gravemente deteriorata, non solo non ha saputo cogliere la valenza politica delle manifestazioni e delle proteste di piazza che avevano come obbiettivo l'Iran e la coalizione sciita che è al potere, ma ha lasciato al loro destino i Curdi di Kirkuk, tradizionali alleati nella lotta all'Isis, con le loro ingenti risorse petrolifere. L'uccisione di Soleimani è un inutile gesto estemporaneo, che apre tuttavia le porte a scenari drammatici, suscettibili di mettere a repentaglio la pace in Medio Oriente con inevitabili gravi ripercussioni economiche e politiche su un'Europa che non sembra avere né la forza né la determinazione di prendere in mano i propri destini.
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