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Cop25, fallimento voluto

Tutto rinviato tra un anno a Glasgow, ma sarÓ difficile ricostruire un clima di cooperazione

Pia Saraceno 18/12/2019

Cop25, fallimento voluto Cop25, fallimento voluto Non aveva obiettivi ambiziosi. I paesi ricchi ed i paesi poveri avrebbero dovuto accordarsi per costruire il mercato del carbonio. In teoria si puntava a definire regole che favorissero il trasferimento di risorse finanziarie e tecnologiche dai paesi che si sono impegnati a ridurre le emissioni (quelli industrializzati) ai paesi dove le condizioni di partenza ed il minor grado di sviluppo consentissero una più facile penetrazione delle nuove tecnologie e la preservazione del patrimonio naturale. Non si è concluso niente: ha dominato la diffidenza, terreno fertile per seminare zizzania, soprattutto quando è presente al tavolo chi ha interesse a boicottare. Soluzioni tecniche e  compromessi sarebbero stati a portata di mano se i paesi esplicitamente negazionisti (gli Usa ) non avessero avuto man forte da altri due paesi negazionisti occulti: Brasile e Australia che hanno costretto ad estenuanti dibattiti sui dettagli tecnici, avanzando pretestuose richieste. Il Brasile voleva un doppio conteggio del suo contributo (vendere le quote di CO2 assorbito dalle sue foreste e ricevere benefici per non distruggerle),  l’Australia ha chiesto di usufruire delle quote non utilizzate nell’ambito degli accordi di Kyoto al 2020 (assai poco rigoroso quanto a criteri di misurazione) per gli impegni al 2030.
 
La diffidenza ha investito anche l’Europa, che voleva emergere come la più virtuosa, accusata di forzare i paesi terzi a pagare per il carbonio dei beni che esportano come se avessero adottato gli obiettivi europei di emissioni zero al 2050.  Cina e India sono state accusate dalle economie in via di sviluppo delle isole e costiere, le più colpite dagli effetti del cambiamento climatico, di non fare abbastanza e di disinteressarsi dei loro problemi. Contenere il free riding nell’uso di un bene comune, come l’ambiente, non richiede cooperazione internazionale, che è venuta  meno già da un pezzo. Tra un anno a Glasgow la Cop 26 dovrebbe vedere l’impegno di tutti ad alzare le ambizioni dei piani nazionali (non sufficienti a raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature entro 1,5 gradi) e approvare ciò che è rimasto incompiuto. Gli Usa non ci dovrebbero essere, ma se la Presidenza sarà ancora di Trump difficilmente si potrà fare meglio. Essenziale la fase preparatoria nel prevenire e cercare compromessi che si svolgerà in un clima compromesso. Sarà l’Italia  ad istruire i dossier, un compito più arduo del previsto, non solo perché i dossier saranno di più, va recuperato un clima di confronto costruttivo in uno scenario internazionale probabilmente turbolento. Anche a casa nostra  abbiamo poi i nostri negazionisti occulti e i tira tardi. Ce la faranno i giovani, che dovrebbero istruire alcuni dossier per poi partecipare con diritto di voto ai lavori della Cop26, a dissipare il pessimismo? 
 
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