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Londra e il futuro della Ue

La sfida di ripensare il progetto europeo per evitare altre exit

Francesco Grillo 16/12/2019

Boris Johnson Boris Johnson E' con un certo distacco che le istituzioni europee hanno osservato per tre anni la saga Brexit. Ed è praticamente solo su questo dossier che gli altri 27 Paesi hanno trovato, in questi anni, un accordo totale. Però adesso, all'indomani della vittoria di Johnson, comincia una partita assai diversa: se solo il grande "clown" (come lo chiamano molti dei suoi spocchiosi avversari) riuscisse a smentire tutti gli economisti e analisti politici che prevedono per Londra ogni genere di disgrazia, il Regno Unito potrebbe diventare il caso che dimostrerebbe che non è vero che dall'Ue non si può uscire. E che, addirittura, si può stare relativamente bene senza. Motivo in più per accelerare una rifondazione dell'Unione che possa farci resistere ad un numero crescente di economie e modelli concorrenti. Tra i quali fra qualche mese ce ne sarà uno a soli 40 chilometri da Calais che, in fondo, continuerà, per sempre, ad essere europeo.
 
Che gli inglesi possano sopravvivere alle sciagure che banche d'affari e organizzazioni internazionali hanno previsto, è, del resto, confermato da ciò che avvenne a fine del 2016 e dall’ammissione cui furono costretti il Governatore della Banca d'Inghilterra, Mark Carney, e il suo Capo economista, Andrew Haldane, che subito dopo il referendum - con quasi tutti gli analisti - avevano previsto una recessione ed una consistente fuga di capitali. Che, tuttavia, non ci sono mai state. Certo l'economia inglese ha subito un rallentamento, ma le previsioni più nere sono state smentite e Haldane ha riconosciuto che la dimensione dell'errore è un'ulteriore dimostrazione che l'intera "professione" degli economisti è in crisi.
 
Non è escluso che ancora più che nel 2016, anche stavolta l'economia britannica possa smentire gli esperti di una disciplina che furono gli inglesi stessi a inventare: ciò diventerebbe più probabile se la perfida Albione si mettesse a farci concorrenza usando la clava fiscale. Così come molto più difficile di quello che alcuni europei sembrano pensare, è un'eventuale disunione del Regno per la volontà degli scozzesi di voler restare in Europa e degli irlandesi di voler tornare insieme. Se Johnson vincesse anche la seconda parte della sua scommessa, non solo si assicurerebbe l'inizio di un ciclo di potere comparabile con quello di Blair, ma finirebbe col creare un caso che altri potrebbero imitare. Motivo in più per considerare la Brexit per quello che è: una sfida da vincere ripensando radicalmente le forme del grande progetto europeo, che ha perso efficienza. E consenso.
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