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La questione irlandese secondo Boris

L'accordo sul Brexit domani alle forche caudine di Westminster

Maria Grazia Enardu 18/10/2019

La questione irlandese secondo Boris La questione irlandese secondo Boris Da quasi un millennio l'Irlanda è una delle ossessioni di Londra. Prima irlandesi contro invasori normanni, poi cattolici contro coloni protestanti, storia e sangue. La soluzione parve, un secolo fa, l'Ulster: l'area dell’isola irlandese a maggioranza protestante dentro il Regno Unito. Gli Accordi del Venerdì Santo nel 1998 portarono infine vera pace: il maledetto confine non era più presidiato, 20 anni di quiete e sviluppo, grazie alla Ue. L'Ulster è poi mutato, la demografia fa la politica, diminuiscono i protestanti unionisti e aumentano i cattolici, spunta un terzo gruppo, stufo di etichette settarie, infatti il 55% è Remain. Purtroppo, se gli unionisti scemano, le faide si aggravano, da oltre due anni non c'è un governo locale e va bene finché non arriva il Brexit. Quando May vince male le elezioni del 2017,  gli unionisti con i loro 10 voti ai Comuni diventano indispensabili.
 
Ma Boris Johnson ha cambiato tutto, lui ha una cattiveria capace di fregare gli unionisti, fedeli a Londra e impreparati alle furbizie di Eton. L'accordo con la Ue prevede un doppio assetto, l'Ulster dentro le regole del mercato singolo Ue, ma pure dentro la dogana del Regno (e speriamo bene), e niente accordo politico sul futuro. Gli unionisti rifiutano, perché così il Regno non è più unito, ma Boris non li ascolta. Domani i Comuni voteranno. Servono 320 voti, il rientro dei Tory ostili, il consenso di parecchi Labour, il sì degli indipendenti. L'ultima arma unionista era una sorta di veto previsto dal sistema del Venerdì Santo, ma sarà aggirato, lo vuole sia Dublino, che non ne può più, sia Boris, "Brexit o morte" unionisti compresi. Il testo finale è  il risultato di retromarcia Ue e zigzag britannici, con gli unionisti come sacrificio, pianificato o meno dal cinismo di Boris. Che tutti detestano e domani, in diretta tv, vedremo se a Westminster prevarrà la voglia di farlo fuori o no. Ma se non vince, se la gioca alle elezioni: è quel che vuole.
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