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Il padrone Donald e il servitore Volodymyr

Stati Uniti, Ucraina e Russia

Maria Grazia Enardu 04/10/2019

Il padrone Donald e il servitore Volodymyr Il padrone Donald e il servitore Volodymyr Volodymyr Zelensky in maggio è stato eletto presidente dell'Ucraina. Ruolo che già interpretava con grande successo  in una serie tv satirica, Servitore del popolo. Si è presentato per davvero alle elezioni (col partito Servitore del popolo, ovvio) e ha vinto con un bel 73% contro l'uscente Poroshenko. La cosa poteva finire lì, semmai il nostro rischiava di affogare nella realtà, perché la Russia è accanto, c'è la faccenda della Crimea etc.
 
Ma gli è piombato addosso il mondo. A luglio, Trump ha chiamato Zelensky e gli ha detto che occorreva un'inchiesta sul giovane Biden, con affari in Ucraina e figlio di Joe, avversario per la Casa Bianca. Per rendere l'argomento cogente, Trump ha accennato ai 400 milioni di aiuti militari Usa che potevano tardare. Tutto finisce sulla stampa a settembre, in coincidenza con l'annuale l'Assemblea dell'Onu. La trascrizione rivela uno Zelensky un pò lecchino, forse seguiva un vecchio copione, e troppo pronto ad assecondare Trump nelle critiche a Macron e Merkel. Si era dimenticato che con Trump i segreti svaniscono presto, ora c'è grande irritazione di Parigi e Berlino, loro sì che mandano aiuti grossi. Una foto di Zelensky all'Onu lo mostra smarrito: ha voluto il ruolo, da attore e da cittadino, ma è finito come Topolino apprendista stregone in Fantasia. Alcune cose poi non tornano, sarà convocato a testimoniare? Aiuto!
 
A guardarlo con Trump, Volodymyr è timido, compunto, non regge la scena con un istrione color arancio. Non si vede il terzo aguzzo vertice del triangolo, Vladimir (omonimo) Putin. Un buco nero che vuole ingoiare l'Ucraina, come ai bei tempi, e deforma lo spaziotempo grazie alla falla Usa. Suggeriamo a Volodymyr di lavarsi bene la mano stritolata da Trump, evitare di metterla nello schiaccianoci di Putin, scusarsi con gli europei (sapete com'è Donald) e sopravvivere al meglio. Un anno, e poi magari si cambia scena.
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