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Su Hong Kong Pechino alza il tiro

Non pu˛ tollerare che la protesta superi il livello di guardia

Rocco Cangelosi 03/10/2019

Il momento in cui la polizia spara a un manifestante Il momento in cui la polizia spara a un manifestante Pechino comincia ad alzare il tiro. Proprio in coincidenza della dimostrazione di forza offerta con la sfilata oceanica per celebrare il 70mo anniversario della Repubblica popolare cinese, il sangue ha cominciato a scorrere nelle strade di Hong Kong e mentre le proteste non accennano a diminuire il capo dell'esecutivo Carrie Lam viene sollecitata a prendere contromisure, tra cui l'attivazione della legge di emergenza. Ci sono ragioni complesse alla base del braccio di ferro che si consuma ormai da molti mesi nell'ex colonia britannica. C'è, prima di tutto, l'equilibrio fragile di un territorio che si sente senza futuro: dopo il ritorno sotto la sovranità della Repubblica popolare nel 1997, Hong Kong dovrebbe tornare nel 2047 a far parte integralmente della Cina continentale. Poi c'è un motivo economico. Nel 1997 il 27% delle transazioni commerciali da e per la Cina passava per Hong Kong: oggi questa percentuale si è ridotta al 3%; la piazza finanziaria di Shanghai è cresciuta in modo esponenziale e la città satellite di Shenzen, nata ai confini dei Nuovi Territori e sede del colosso della telefonia Huawei, ha sottratto ad Honk Kong grosse fette di attività manifatturiera. Questa situazione ha colpito soprattutto la classe media, che vede ridursi di giorno in giorno le sue possibilità di guadagno, mentre le diseguaglianze crescono a dismisura.
 
Ma se il malcontento di Hong Kong e' facilmente spiegabile, meno decifrabile e' l'atteggiamento di Xi Jinping e della dirigenza cinese, combattuta tra la necessità di mantenere uno stretto controllo nella regione e di evitare di alzare il livello dello scontro, che in questo momento potrebbe provocare dure reazioni da parte degli Usa e dei loro alleati europei e asiatici. Pechino allo stesso tempo non può permettersi che le manifestazioni di protesta superino il livello di guardia. Sarebbe un esempio troppo pericoloso per le minoranze del Tibet e dello Xinjiang, che da anni mordono il freno nei confronti di Pechino, senza dimenticare il persistente problema di Taiwan. In questo contesto appare difficile ipotizzare una via di uscita per la ex colonia britannica, tanto più che i paesi più interessati, a partire da Gran Bretagna e Usa, considerano persa la partita e non sembrano disposti a mettere sul tavolo la possibilità di rinegoziare i termini dell'autonomia per dare una prospettiva agli abitanti di Hong Kong. Allo stesso tempo il presidente cinese, che avrebbe tutto l'interesse a trovare una soluzione di compromesso per alleggerire la tensione, e' sottoposto alle pressioni dell'ala più dura del Partito, sempre più orientata a soffocare la protesta con un intervento militare.
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