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Boris come Carlo I

Sospende il Parlamento e vorrebbe votare il 15 ottobre

Rocco Cangelosi 09/09/2019

Boris Johnson Boris Johnson Oggi Boris Johnson si gioca l'ultima possibilità per convocare le "snap elections" per il 15 ottobre, prima del Consiglio europeo del 17, al fine di avere un Parlamento a lui fedele che gli consenta di rispettare la sua scommessa "Brexit or die" entro la data fatidica del 31 ottobre. Ma le cose non sono così semplici come Johnson aveva predetto. Egli infatti ha dovuto incassare una prima pesante sconfitta da parte di un Parlamento che si è sentito umiliato ed offeso dalla decisione del premier di chiudere i battenti per cinque settimane ed ha reagito vigorosamente approvando con una rapidità eccezionale la legge per il rinvio della Brexit al 31 gennaio del prossimo anno. Ma Boris, pur di non subire l'umiliazione di essere costretto a chiedere lui stesso un rinvio della data di uscita al Consiglio europeo del 17 ottobre, potrebbe decidere di non tenerne conto aprendo un conflitto costituzionale con il Parlamento di proporzioni pari a quello che costò la testa a Carlo I nel 1649. 
 
Molto più probabilmente cercherà pertanto di ottenere la maggioranza che gli consenta di andare al voto in tempo utile per realizzare il suo disegno, ricorrendo a una forzatura che mette a repentaglio non solo la tenuta del suo partito, che ha subito numerose defezioni, tra le quali quella del proprio fratello, ma la stessa unità del Paese. Infatti, se è vero che i cittadini britannici sono ancora divisi tra il leave e il remain, con un leggero vantaggio per i primi, è anche vero che tre importanti regioni del Regno Unito, Scozia, Irlanda del Nord e Galles, non ne vogliono sapere di uscire dall'Unione europea.
 
Il braccio di ferro tra Boris e il Parlamento è pertanto destinato a durare e potrebbe risolversi con il ricorso alle urne, ma non nella data auspicata dal premier. Laburisti e liberal-democratici infatti, ma anche i conservatori favorevoli a una Brexit ordinata, pur accettando nuove elezioni, vogliono essere sicuri che la legge approvata per il rinvio dell'uscita non venga rimessa in discussione dal nuovo Parlamento. Per questo auspicano che le elezioni si tengano dopo il 31 ottobre. Il capitolo Brexit appare pertanto sempre più ingarbugliato e il seguito del feuilletton ci riserverà ancora molte sorprese. Già due premier hanno dovuto sacrificare la guida di Downing street sull'altare della Brexit. Adesso è il turno di Johnson. Ma al di là della incredibile querelle politica alla quale stiamo assistendo, ciò che lascia stupiti è la confusione e l'incertezza in cui ha finito per cacciarsi il popolo britannico, che avrà bisogno di molto tempo per ricucire le lacerazioni provocate dal referendum più stolto che si potesse avere nel Regno Unito, la madre di tutte le democrazie.
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