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Come ridefinire le regole europee

Uno dei temi centrali per il dopo elezioni del prossimo maggio

Sergio De Nardis 14/03/2019

Come ridefinire le regole europee Come ridefinire le regole europee La polemica tra il Ministro delle finanze olandese Hoekstra, che continua a biasimare il ritiro della procedura di infrazione nei confronti dell'Italia dopo l'accordo raggiunto a dicembre, e il Commissario in scadenza Moscovici, che difende trasparenza e legittimità di quel negoziato, è sintomatica del posizionamento dei diversi attori in vista della ridefinizione del quadro delle regole fiscali europee che dovrebbe realizzarsi dopo le elezioni di maggio. Le regole sono molto cambiate negli anni. Si è cercato di superare rigidità e pro-ciclicità di quelle iniziali (deficit nominale non più alto del 3% del PIL e tendente al pareggio/surplus, debito/PIL al 60%) con correttivi per tener conto della congiuntura (saldo strutturale basato su stime del misterioso output gap), della flessibilità necessaria in condizioni fortemente recessive quando gli stabilizzatori automatici non sono più sufficienti (la famosa "matrice" degli aggiustamenti strutturali a seconda del ciclo) e di quella aggiuntiva per accomodare circostanze eccezionali, riforme ecc. Il risultato è stato la costruzione di una barocca, complessa e poco comprensibile casistica che non fa che aprire la porta a negoziato, interpretazione, discrezionalità  politica. C'è da dire che questa evoluzione verso una "flessibilità contrattata" è stata una strada quasi obbligata per la gravità della crisi in Europa e la contemporanea perdita di efficacia della politica monetaria.
 
L'Italia è stata la maggiore beneficiaria delle flessibilità extra, potendo deviare dal sentiero di aggiustamento richiesto dall'UE per oltre 30 miliardi dal 2015. Sarebbe compito dell'analisi economica valutare se queste deviazioni, che non sono comunque mai sfociate in dissolutezza fiscale, sono state sufficienti a compensare, dal punto di vista degli effetti macro, una politica monetaria unica che è stata probabilmente per il nostro paese più restrittiva che altrove. Secondo alcune stime, la distanza dei tassi reali da valori di equilibrio compatibili con il pieno impiego si è mantenuta ampia in Italia negli ultimi dieci anni, inducendo di fatto effetti restrittivi. La discussione in Europa sui progetti di riforma delle regole fiscali dovrebbe quindi tener conto del quadro più ampio di interdipendenze tra i vari strumenti di policy e soprattutto delle difficoltà, ormai decennali, che incontra la politica monetaria nella regolazione del ciclo europeo e nella trasmissione dei giusti impulsi a economie che si trovano in condizioni cicliche differenziate. Ma non sarà così. Al centro del dibattito saranno ancora regole numeriche a se stanti. Forse semplificate e più intelligenti, ma mai veramente adeguate alla corretta conduzione di una politica macroeconomica a livello europeo.
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