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Libia, non basta riesumare l'accordo del 2008

La situazione e' cambiata e non si pu˛ puntare solo su Tripoli

Rocco Cangelosi 09/07/2018

Libia, non basta riesumare l'accordo del 2008 Libia, non basta riesumare l'accordo del 2008 La missione a Tripoli del ministro degli esteri Moavero voleva sottolineare il ruolo di primo piano che l'Italia intende giocare nel Paese. Pone tuttavia  qualche interrogativo la riesumazione dell'accordo stipulato nel 2008 tra Berlusconi e Gheddafi, un accordo che prevedeva  tra l’altro la costruzione di un’autostrada litoranea di 1700 km dal confine tunisino a quello egiziano sul tracciato della via Balbia dal costo di 5 miliardi di dollari in 20 anni e la  fornitura di motovedette alla guardia costiera, in cambio dell'impegno del dittatore libico a bloccare i flussi dei migranti clandestini verso l'Italia e di accordi preferenziali in materia di sfruttamento dei pozzi petroliferi. A fronte del rinnovato impegno italiano a dar seguuto alle intese del 2008, che andrebbero comunque adattate alle circostanze attuali,Tripoli avrebbe concesso  assicurazioni sul respingimento dei migranti, pur mantenendo le note riserve sull'allestimento dei cosiddetti hot spot sul proprio terrirorio.
 
Tuttavia le condizioni che avevano determinato la stipula dell'accordo  a suo tempo sono profondamente mutate e di questo sia il Governo italiano che quello libico non possono non essere consapevoli, ne' la Farnesina puo' ignorare il complesso scacchiere libico a cominciare dal ruolo del generale Haftar in Cirenaica col sostegno non disinteressato della Russia. La posizione italiana in favore del governo di Tripoli, formalmente rispetta le risoluzioni Onu e il processo di pacificazione fin qui avviato, ma non sembra tenere conto della realtà, perché Sarraji controlla si e no la zona del porto della Capitale. Pensare che un accordo con quest'ultimo e con la  municipalità dominante di Misurata, risolva i problemi italiani è pura illusione, come è illusorio pensare di poter ignorare il ruolo del generale Haftar in Cirenaica, che Macron invece gli ha pienamente riconosciuto, invitando a Parigi in più occasioni i due protagonisti della scena libica. Le iniziative dell'Eliseo in maniera unilaterale, senza un coordinamento preventivo con gli altri partner europei, a cominciare dall’Italia, hanno evidentemente irritato fortemente il Governo italiano che  anche a seguito della tensione crescente con i cugini d'oltralpe cerca di recuperare il terreno perduto.
 
Ma ciò non può bastare a giustificare il rilancio di un accordo la cui applicazione sembrerebbe affidata al solo governo Sarraji. La strategia italiana non può essere così semplicistica, salvo che il Governo italiano sia giunto alla conclusione che la Libia e' ormai destinata a subire una spartizione in zone di influenza e che quindi convenga puntare decisamente sul governo di Tripoli confidando sul sostegno di Trump. Il sostegno incondizionato dell'Italia a Sarraji contro le  decisioni assunte in piena autonomia da Haftar in materia di gestione delle risorse petrolifere, per quanto confortato dalle risoluzioni Onu, non sembra  per il momento destinato né a rafforzare Sarraji, né a contrastare la crescente influenza francese in Libia. Gli stessi commentatori libici ritengono la posizione italiana eccessivamente squilibrata, nella consapevolezza che senza il coinvolgimento di Haftar ogni soluzione politica globale rimane impercorribile.
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