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Il Papa in Myanmar alle prese col rebus Rohingya

Come difendere la minoranza musulmana senza irritare il governo e provocare ritorsioni sui cristiani

Iacopo Scaramuzzi 27/11/2017

Il Papa in Myanmar alle prese col rebus Rohingya Il Papa in Myanmar alle prese col rebus Rohingya Se il confratello gesuita Thomas Reese si è spinto a scrivere che «Papa Francesco non dovrebbe rischiare di andare in Myanmar», dove è arrivato oggi, perché potrebbe «o compromettere la propria autorità morale o mettere in pericolo i cristiani del Paese», è a causa dei Rohingya. Minoranza musulmana perseguitata nell’ex Birmania e male accetta anche nel vicino Bangladesh, è divenuta ultimamente la cartina di tornasole della diplomazia internazionale. Dal segretario di Stato Usa Tillerson al ministro degli Esteri cinese Wang Yi, dal presidente russo Putin a quello turco Erdogan, dagli ayatollah iraniani all’Unione europea tutti hanno preso posizione sulla crisi dei Rohingya, ognuno naturalmente ai fini della propria agenda politica. Bergoglio non è stato da meno. E’ stato uno dei primi leader mondiali a denunciare i maltrattamenti contro i Rohingya. Con triplo risultato diplomatico: difendere i migranti, allargare lo sguardo oltre il Mediterraneo, inviare un messaggio di solidarietà alla galassia musulmana.
 
Ora però si trova di fronte ad un rebus. Il governo del Myanmar non vuole sentire parlare di «Rohingya» (un nome che è già un riconoscimento) e parla genericamente di «minoranza musulmana» (o, spregiativamente, «bengali»). Se il Papa li nominasse, farebbe uno sgarbo agli ospiti e rischierebbe di scatenare ritorsioni contro la minoranza cristiana. Se tacesse, tradirebbe la sua vocazione profetica. A meno che non decida di parlare di Rohingya, sì, ma non nel Myanmar a maggioranza buddhista, bensì nella tappa successiva del viaggio, quel Bangladesh a maggioranza musulmana dove arriva giovedì. In Bangladesh i Rohingya sono ammassati in campi profughi. E lì il Papa – novità dell’ultimo momento – incontrerà una delegazione di Rohingya in un incontro interreligioso di venerdì primo dicembre. «Non è la prima volta che Papa Francesco visita un paese agitato», ha detto il gesuita Reese. «Ha visitato il Medio Oriente nel 2014, Cuba e la Repubblica centrafricana nel 2015. Questi viaggi sono stati pressoché universalmente considerati dei successi. Se avrà altrettanto successo in Myanmar, non sarò sorpreso se lo vedessi anche camminare sull'acqua».
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