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Fed e Bce tra inflazione e rischi di recessione

Le difficili decisioni delle banche centrali

Marcello Messori 28/05/2026

Fed e Bce tra inflazione e rischi di recessione Fed e Bce tra inflazione e rischi di recessione Kevin Warsh è appena diventato il nuovo presidente della Banca centrale statunitense (Fed) e ha già chiarito che non considererà una priorità l’indipendenza delle decisioni di politica monetaria rispetto alle esigenze degli altri strumenti di politica economica e alle priorità del governo. Peraltro, grazie a una politica fiscale molto espansiva e ai sostegni pubblici garantiti ai monopolisti della tecnologia, il tasso di crescita dell’economia statunitense è ancora positivo; e tale crescita si accompagna all’aggravarsi delle tensioni inflazionistiche e a disavanzi ‘gemelli’ nella bilancia commerciale e nel bilancio pubblico che diventano sempre più pesanti e che minacciano la stabilità del sistema. Alla luce di questo quadro macroeconomico, è difficile che persino il nuovo presidente Warsh si assuma la responsabilità di tagliare i tassi di interesse di policy prima della pausa estiva.     
 
Ciò non significa che, nelle prossime riunioni, le scelte della Fed e della Bce saranno allineate. Il mio timore è che, sottovalutando il peso delle strozzature di offerta quale causa della (ancora modesta) ripresa inflazionistica nella zona euro, la Bce deciderà di aumentare i tassi di interesse di policy segnalando così un’insufficiente preoccupazione per la stagnazione dell’economia ‘reale’ europea. Viceversa, per preparare il terreno a futuri (e improvvidi) tagli dei tassi di policy, la Fed agirà sulla struttura temporale dei tassi di mercato cercando di comprimere quella tendenza all’aumento dei rendimenti a lungo termine che è alimentata dalle aspettative di un’inflazione fuori controllo. Al riguardo, Warsh dispone di un facile strumento. A differenza della Bce, la Fed sta già espandendo il proprio bilancio per acquistare titoli pubblici statunitensi. Negli ultimi mesi, tali acquisti si sono concentrati sui titoli a breve termine; una loro riallocazione verso i titoli a lungo avrebbe l’effetto – ceteris paribus – di appiattire la curva dei tassi di mercato e di far credere che le aspettative inflazionistiche degli operatori non si stanno disancorando dai target.  
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