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Il bilancio (deludente) di Transizione 4.0

Per innovare non basta l'acquisto di macchinari

Sergio De Nardis 26/05/2026

Il bilancio (deludente) di Transizione 4.0 Il bilancio (deludente) di Transizione 4.0 Banca d’Italia e Mef hanno rilasciato il rapporto di valutazione di “Transizione 4.0”, il programma che mirava, con crediti di imposta, a incentivare gli investimenti tangibili e intangibili in tecnologie digitali, l’attività di ricerca e sviluppo e il miglioramento di skill lavorativi e manageriali. Nel quadriennio 2020-23, la massima parte dei crediti è andata a finanziare investimenti in beni fisici e solo una quota minoritaria è stata destinata a R&D, training e beni intangibili. Il rapporto evidenzia risultati eterogenei. Gli effetti sono stati significativi per occupazione e, soprattutto, tassi di investimento nelle micro e piccole imprese, ma generalmente scarsi per la produttività. L’accumulazione di capitale ha quindi risposto (anche con fenomeni di crowding in di capitale privato nelle imprese maggiori), l’efficienza no. Sotto il profilo della produttività l’esito della più importante e apprezzata politica industriale del nostro paese è stato dunque deludente. Per commentare tale risultato richiamiamo brevemente il contesto. Il periodo di implementazione di Transizione 4.0 ha coinciso col miglioramento degli indicatori di produttività aggregata dell’Italia, un fatto molto spesso negletto nei commenti e rapporti sul tema. L’Istat indica che nel settore privato la produttività totale dei fattori (Ptf) è aumentata nel 2020-23 dell’1% all’anno. Un ritmo, si stima, superiore a quello sperimentato nei  maggiori paesi europei. Alla crescita robusta del triennio 2020-2022 (+1,9% in media all’anno) ha fatto seguito il brusco calo del 2023 (-1,7%). Le risultanze delle verifiche econometriche del rapporto di valutazione dicono, in definitiva, che Transizione 4.0 non ha contribuito a sostenere la fase di espansione della produttività aggregata, né ha svolto un ruolo di contenimento nella successiva flessione.
 
Ne discendono alcune osservazioni. La prima è che ciò che chiamiamo produttività dell’economia (sulle cui incertezze concettuali e di misurazione si è espresso recentemente Innocenzo Cipolletta su Inpiù) esibisce dinamiche proprie rispetto alle quali la politica industriale focalizzata sugli investimenti in un paese come l’Italia (non siamo certo la Cina) non è che una componente, spesso secondaria rispetto all’influenza che assumono altre spinte. In particolare, nel periodo in esame ciclo economico (forte ripresa e successiva frenata della domanda aggregata), rimescolamenti nella popolazione dei produttori (con accelerazioni e rallentamenti nella riallocazione di risorse) e (per quel che concerne la produttività del lavoro) modifiche dei prezzi relativi dei fattori (persistente calo del costo del lavoro rispetto ai prezzi degli altri input produttivi) sono stati elementi decisivi rispetto ai quali anche politiche più incisive avrebbero probabilmente potuto contribuire poco. La seconda osservazione è che in ogni caso la politica industriale può e deve avere un ruolo nel cercare di favorire l’upgrading tecnologico di quante più imprese, in particolare quelle che, pur avendo favorevoli potenziali, non ce la fanno da sole a innovare. Una tale politica, però, non può esaurirsi nell’incentivo, richiesto sempre a gran voce dagli imprenditori, all’acquisto di macchinari, ma deve sostanziarsi nel sostegno alla riorganizzazione dei processi produttivi per assicurare la diffusione e l'efficace adozione di tecnologie e beni innovativi. E’ ciò che è stato trascurato nell’esperienza di Transizione 4.0, anche perchè le imprese non avvertono le carenze manageriali come effettivamente prioritarie. E' quel che sarà ancora determinante nel consentire l'assimilazione dell'incombente, nuova rivoluzione tecnologica.

 
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