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Il bilancio (deludente) di Transizione 4.0
Per innovare non basta l'acquisto di macchinari
Sergio De Nardis 26/05/2026
Ne discendono alcune osservazioni. La prima è che ciò che chiamiamo produttività dell’economia (sulle cui incertezze concettuali e di misurazione si è espresso recentemente Innocenzo Cipolletta su Inpiù) esibisce dinamiche proprie rispetto alle quali la politica industriale focalizzata sugli investimenti in un paese come l’Italia (non siamo certo la Cina) non è che una componente, spesso secondaria rispetto all’influenza che assumono altre spinte. In particolare, nel periodo in esame ciclo economico (forte ripresa e successiva frenata della domanda aggregata), rimescolamenti nella popolazione dei produttori (con accelerazioni e rallentamenti nella riallocazione di risorse) e (per quel che concerne la produttività del lavoro) modifiche dei prezzi relativi dei fattori (persistente calo del costo del lavoro rispetto ai prezzi degli altri input produttivi) sono stati elementi decisivi rispetto ai quali anche politiche più incisive avrebbero probabilmente potuto contribuire poco. La seconda osservazione è che in ogni caso la politica industriale può e deve avere un ruolo nel cercare di favorire l’upgrading tecnologico di quante più imprese, in particolare quelle che, pur avendo favorevoli potenziali, non ce la fanno da sole a innovare. Una tale politica, però, non può esaurirsi nell’incentivo, richiesto sempre a gran voce dagli imprenditori, all’acquisto di macchinari, ma deve sostanziarsi nel sostegno alla riorganizzazione dei processi produttivi per assicurare la diffusione e l'efficace adozione di tecnologie e beni innovativi. E’ ciò che è stato trascurato nell’esperienza di Transizione 4.0, anche perchè le imprese non avvertono le carenze manageriali come effettivamente prioritarie. E' quel che sarà ancora determinante nel consentire l'assimilazione dell'incombente, nuova rivoluzione tecnologica.
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