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Per salvare l'Ex Ilva non basta nemmeno un miracolo

Difficile tenere insieme sviluppo produttivo e risanamento ambientale

Claudio Di Donato 01/12/2025

Per salvare l'Ex Ilva non basta nemmeno un miracolo Per salvare l'Ex Ilva non basta nemmeno un miracolo Il primo sequestro degli impianti dell’ex Ilva di Taranto risale al 2012. Dal 2015, con qualche breve parentesi, l’ex Ilva è in amministrazione straordinaria e risale a 10 anni il primo tentativo di vendere l’azienda. Sull’ex acciaio di Stato si sono esercitati gli ultimi otto governi con esiti fallimentari, nonostante deroghe alle norme ambientali, proroghe, sconti sulle sanzioni amministrative e penali, inizezione di capitali pubblici, prestiti straordinari.  Insomma, la mano pubblica non è riuscita a tenere insieme risanamento ambientale e sostenibilità industriale. Non era impossibile, e la dimostrazione è che l’80% della produzione siderurgica italiana è perfettamente allineata alle sempre più stringenti norme ambientali sia europee e sia nazionali.
 
Dal recente vertice a Palazzo Chigi con i sindacati la situazione è ormai disperata. Non fatica a trovare compratori, e la cosa non dovrebbe sorprendere. Il governo ha presentato un piano di risanamento ambientale che si svilupperà in quattro anni con qualche slide dove non sono indicate nemmeno le risorse e gli investimenti. Al contrario, lo stesso governo alimenta un po' di confusione. A inizio estate ha varato un decreto con il quale vieta la produzione di acciaio con idrogeno, ribaltando un analogo provvedimento del 2019. Da un decennio governi e stakeholders (sindacati, enti locali, imprenditori) sembrano vivere nella speranza che prima o poi arrivi un cavaliere bianco in grado di realizzare con la bacchetta magica decarbonizzazione, salvaguardare tutti i posti di lavoro diretti e indiretti, investire nei forni elettrici e realizzare gli impianti per produrre il preridotto. Il destino dell’ex Ilva è segnato da tempo, lo spezzatino è la prospettiva più ottimistica. Dopo le vicende Alitalia e Tim, molto più semplici rispetto all’affaire acciaio, forse è il caso che lo Stato si limiti a fare lo stratega, se ci riesce, e abbandoni le velleità di fare l’investitore o peggio ancora il risanatore di imprese.
 
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