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Lo chiamavano ceto medio

… ma oggi è difficile da definire

Giuseppe Roma 26/11/2025

Lo chiamavano ceto medio Lo chiamavano ceto medio Mentre infuria la battaglia per gli emendamenti alla legge di bilancio 2026, resta vivace la polemica sui provvedimenti fiscali. L’opposizione tuona che a essere favoriti saranno i ricchi, mentre il ministro dell’economia Giorgetti rivendica la scelta di voler aiutare il ceto medio. Negli ultimi anni, a questi gruppi sociali intermedi si sono attribuite tante caratteristiche (impoveriti, tartassati, in declino, etc.), perdendo però di vista cosa dobbiamo intendere, oggi, per ceto medio. La crescita della “middle class” italiana è andata di pari passo con il processo di sviluppo economico. Alla piccola borghesia di commercianti e artigiani, di insegnanti e impiegati pubblici, si sono aggiunti i ceti produttivi delle piccole e medie imprese, i tecnici e la vasta area impiegatizia, creata dalla terziarizzazione del sistema produttivo. Alle soglie degli anni 2000, l’Italia era in gran parte costituita da ceto medio, ovvero famiglie con la casa di proprietà e comportamenti omologati nei consumi, nelle vacanze, nell’istruzione dei figli.
 
La finanziarizzazione e l’ondata tecnologica, con le susseguenti traumatiche discontinuità specie nella distribuzione della ricchezza, hanno completamente modificato quel lento, ma continuo, fluire verso la fascia intermedia del corpo sociale. Da una tripartizione fra strati alti e bassi con una maggioritaria componente sociale intermedia, ormai si assiste da anni a una polarizzazione piuttosto accentuata fra una classe emergente, agganciata ai nuovi modelli di business, alle tecnologie, ai servizi avanzati, alla finanza, e il resto dei gruppi sociali in posizione di “rincalzo”, costretti a seguire la scia delle nuove classi dirigenti. Saltano i negozianti a favore della grande distribuzione, il lavoro impiegatizio viene sostituito da procedure informatizzate, si restringe il perimetro dei servizi pubblici. Tutti fenomeni che hanno un impatto sulle certezze di un tempo. Il ceto medio si sta disgregando sotto i colpi dell’innovazione, sviluppando sentimenti di rabbia, di paura, comunque di insoddisfazione le cui tracce ritroviamo anche nei comportamenti elettorali, astensionismo compreso.  Fenomeni complessi difficilmente riconducibili a definizioni univoche. Problematico ad esempio identificare fiscalmente il ceto medio. Possiamo articolare le dichiarazioni di reddito per fasce: avremmo (anno 2023) il 58% con un imponibile inferiore ai 20.000 euro annui, un 5,9% sopra i 55.000€ annui e il restante 36,1% (il ceto medio?) negli scaglioni intermedi. Ma le dichiarazioni sono 42,6 milioni, un numero molto superiore a quello delle famiglie, pari a 26,3 milioni. Se, invece, consideriamo la struttura familiare, risulta piuttosto astratto ragionare per “quintili” o “decili”. Rispetto al reddito mediano Istat troviamo che il 50% delle famiglie italiane ha un reddito netto superiore ai 30.039 € annui e per Bankitalia il 74% vive in un’abitazione di proprietà. Più che a univoche caratteristiche economiche, le precarie condizioni della classe media andrebbero riferite agli stravolgimenti sociali e tecnologici della nostra epoca.

 
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