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Sui microchip qualcosa si muove in Europa ma gli altri corrono

L'Ue tenta la difficile risalita ma l'autonomia è un miraggio

Claudio Di Donato 07/06/2024

Sui microchip qualcosa si muove in Europa ma gli altri corrono Sui microchip qualcosa si muove in Europa ma gli altri corrono Dopo la pandemia trovare semiconduttori è sempre più difficile e se la Cina invadesse Taiwan si potrebbe materializzare uno scenario da incubo in Europa, con intere filiere produttive che si fermano. Il Chip Act dell’Unione Europea è la prima risposta concreta per invertire una tendenza che vede il Vecchio Continente in posizione marginale in un settore che manda avanti l’intera economia smart, dal Pos ai satelliti. Nei primi anni ’90 la quota di mercato mondiale controllata dalle industrie europee oscillava intorno al 40%, poi il veloce declino fino al 13% nel 2010 e oggi sotto il 10%. Il Chip Act ha ormai quasi due anni, ma solo ora inizia a diventare concreto, e la ST a controllo italo-francese è tra i principali protagonisti. Qualche giorno fa il via libera al contributo statale da 2 miliardi (nell’ambito del Chip Act che ha stanziato 43 miliardi di euro) per il nuovo stabilimento a Catania per un investimento complessivo da 5 miliardi. Prima analogo investimento in Francia, intorno ai 4 miliardi, ma il governo di Parigi ha inserito la clausola che la nuova produzione dell’impianto ST dovrà privilegiare le forniture nazionali. L’Italia ha perso l’investimento di Intel ma si può consolare con l’arrivo da Singapore di Silicon Box, che costruirà uno stabilimento da 3,2 miliardi. Tutte iniziative che produrranno a regime tra 5-6 anni.
 
Obiettivo dell’UE è raddoppiare la produzione di microprocessori entro il 2030 e portare la quota di mercato al 20%. Target ambizioso e comunque largamente insufficiente sulla via dell’autonomia. Tutte le stime infatti indicano un aumento della domanda mondiale tra l’80 e il 90% nei prossimi sette anni. Taiwan detiene il 60% della produzione e il 53% dell’assemblaggio e sommando la Corea del Sud si arriva rispettivamente all’80% e al 72%. L’industria americana mantiene una quota del 65% nel design e sta puntando ad aumentare produzione e assemblaggio grazie anche ai fondi federali da 52 miliardi di dollari, oltre a 5 miliardi per ricerca e sviluppo, che hanno attivato investimenti privati per oltre 200 miliardi. Insomma, l’Europa è partita con il piede giusto ma il resto del mondo corre. La speranza è che Pechino non decida di invadere Taiwan nei prossimi 10 anni.
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