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Confindustria: non più concertativa, ma “autonomista”

Il futuro dell'organizzazione degli imprenditori che domani sceglie il nuovo presidente

Francesco Delzio 03/04/2024

Confindustria: non più concertativa, ma “autonomista” Confindustria: non più concertativa, ma “autonomista” La crisi dei corpi intermedi è inevitabile, o può essere affrontata mediante ruoli e modelli innovativi? Una risposta decisiva verrà dalla nuova leadership di Confindustria che emergerà dal voto del Consiglio Generale di domani, al termine d'un match elettorale di rara intensità e incertezza. Oggi lo stato di salute delle imprese italiane è in media molto migliore rispetto a 10 anni fa: superato lo shock della prima globalizzazione fondata sulla competizione di costo, le aziende italiane detengono una quota maggiore di export globale, sono più innovative, generano più utili e occupano più persone. Ma queste “nuove” imprese hanno bisogno di una “nuova” Confindustria, capace di compiere il loro stesso salto. Rispetto alle funzioni storiche della principale organizzazione datoriale, se rimane centrale quella di "sindacato delle imprese" (nonostante i vincoli derivanti dalla visione ideologica di una parte del sindacato), si sta rapidamente sgretolando invece l'importanza della concertazione, a causa della fine del deficit spending su cui il nuovo Patto di stabilità europeo ha apposto il sigillo definitivo. Limitandosi ad attendere la convocazione da parte del Governo ai pochi tavoli formali o informali ancora esistenti, la Confindustria dei prossimi anni rischierebbe di fare la fine della celebre rana che lentamente perde le proprie forze immersa nell’acqua bollente.
 
In questo scenario emerge la necessità di una nuova Confindustria che superi la funzione “concertativa”, realizzando una visione “autonomista”. Con due bussole fondamentali: sviluppare una capacità autonoma di produrre idee e proposte di policy per costruire una nuova agenda di politica economica, fiscale, industriale e sociale, ed esplorare tutte le potenzialità offerte dall’autonomia delle parti sociali per mettere in campo (in autonomia, senza passare dalla volontà della politica) nuovi strumenti in grado di affrontare i deficit di competitività italiani. In particolare, potrebbe conquistare una nuova centralità una Confindustria capace di diventare il “cantiere delle policy” per lo sviluppo, l’innovazione e la qualità sociale dell’intero sistema-Paese, riempiendo il vuoto determinato dalla crisi delle tecnostrutture dei Ministeri e del Parlamento e dalla disintegrazione delle strutture dei partiti. Per questa via Confindustria aumenterebbe il suo peso anche in Europa: dare un respiro europeo al Centro Studi di Confindustria, posizionandolo come centro di analisi di riferimento nella UE per le politiche industriali, consentirebbe agli industriali italiani di iniziare a “giocare all’attacco” a livello comunitario. In Italia, la nuova Confindustria “autonomista” sarebbe il front-runner di un nuovo ruolo delle parti sociali. Smettendo di chiedere alla politica ciò che oggi non può (più) fare, potrebbe promuovere ad esempio un utilizzo innovativo del welfare aziendale per affrontare i gap economici e sociali più complessi del Paese, dalla denatalità all'inefficacia della formazione. Ma questo “salto” può essere realizzato solo cambiando in profondità i modelli organizzativi, oggi troppo simili alle Pubbliche Amministrazioni. Portare il Dna delle imprese in Confindustria: può sembrare un’ovvietà, in realtà è una delle sfide più complesse che attende il nuovo leader dell’aquilotto.  
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