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L'economia italiana tra profitto e rendita

Assetti regolatori e domanda pubblica penalizzano l'innovazione

Alberto Heimler 27/02/2024

L'economia italiana tra profitto e rendita L'economia italiana tra profitto e rendita Benetton è stata una delle imprese più innovative in Italia degli ultimi decenni, con un assortimento vastissimo tra cui i diversi punti vendita potevano scegliere in tempo reale in funzione della domanda che ciascuno fronteggiava. Un’innovazione che ha condotto Zara al successo. I Benetton invece hanno poi acquisito Autostrade, una delle privatizzazioni più improbabili che mai potessero essere individuate, e hanno capito (sia pure non anticipando purtroppo la tragedia del ponte Morandi) che la rendita è molto meglio del profitto. E anche la politica pubblica si è adeguata, ormai da decenni: il profitto è il male, la rendita il bene. Dai taxi agli allevatori di bestiame all’acciaio alle banche alle professioni il principio di riferimento è sempre lo stesso del passato quando i bloccati erano i supermercati: proteggere chi già opera e fermare il nuovo. Come conseguenza di tutto questo non abbiamo niente da mostrare ai nostri figli, solo archeologie industriali, declino e i fasti del passato. La politica macroeconomica non è colpevole.
 
Non sono infatti le politiche di austerità che ci hanno impedito di crescere, ma gli assetti regolatori raramente disposti a tollerare il nuovo. E una domanda pubblica mai propositiva mai innovativa, anch’essa solo orientata a proteggere, a salvaguardare a difendere. Neanche il PNRR ci farà magicamente diventare fieri delle nostre imprese che comunque stentano a nascere e a crescere. Gli investimenti privati necessari per la trasformazione verde e digitale della nostra economia cui fa riferimento Mario Draghi non si realizzeranno senza un cambiamento radicale delle norme che regolano l’ingresso delle nuove imprese nel mercato e la trasformazione di quelle già presenti. Non servono sussidi, ma una diversa impostazione delle politiche pubbliche, non più volte a mantenere l’esistente (e a favorire rendite grandi e piccole) ma a liberare il futuro.
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