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La nuova possibile concertazione…

…è molto diversa da quella del secolo scorso

Sergio De Nardis 13/01/2023

La nuova possibile concertazione…  La nuova possibile concertazione… Ora che è ammessa anche nel salotto buono dell’economia mainstream, la visione - sdoganata da Olivier Blanchard - dell’inflazione come riflesso del conflitto distributivo tra imprese e lavoratori riporta al centro del dibattito la cosiddetta concertazione. E’, per noi italiani ed europei, una parola antica che richiama alla mente gli anni 70 e 80 del secolo scorso. Era detta anche politica dei redditi. Da più parti si afferma che ad essa bisognerebbe rifarsi oggi che l’inflazione è tornata, se si vogliono evitare distruttive spirali prezzi-salari. La situazione odierna è, però, molto diversa da quei lontani anni. Allora, la concertazione mirava a imbrigliare la forte dinamica delle retribuzioni nominali, contenendo con un accordo politico il potere sindacale che nelle sue impostazioni più radicali, ma non più marginali, arrivava a vedere nel salario una “variabile indipendente”. Non a caso concertazione e politica dei redditi erano allora considerate parole d’ordine da riformisti, una qualità non in auge in quel periodo, e per questo guardate con sospetto o contrastate dalla sinistra sindacale e politica dell’epoca. Ma qual è la situazione oggi? Stiamo assistendo a un conflitto distributivo tra imprese e lavoratori che spingono in direzioni opposte il salario reale, in una gara tra retribuzioni e prezzi che provoca crescente inflazione?
 
Pare proprio di no. Vi è stata finora moderazione salariale in Italia e in Europa, segno di un potere sindacale indebolito rispetto a 50 anni fa. Le retribuzioni hanno subito l’impatto dell’inflazione e se si muoveranno nei prossimi mesi lo faranno in modo limitato. Ne consegue che i motivi per una concertazione sono oggi opposti a quelli dello scorso secolo. Viene chiesta per sostenere i salari, non per contenerli. Per raggiungere un nuovo equilibrio distributivo post-shock che non sia tutto a scapito del lavoro dipendente, dove cioè la perdita di ragioni di scambio subita dal paese sia più equamente suddivisa, senza che ciò induca maggiore inflazione. In tale quadro, anche la dialettica degli attori sociali appare diversa dai vecchi tempi. A riflesso dei mutati rapporti di forza, la principale interlocuzione del sindacato non sembra con la controparte imprenditoriale, ma col governo: si preme più per incrementi delle retribuzioni nette tramite riduzioni permanenti del cuneo fiscale da porre a carico della collettività, che per aumenti di salario lordo a carico dei datori di lavoro. I sindacati trovano in questo un ovvio e interessato alleato nelle imprese che hanno, non a caso, nella riduzione del cuneo un primario obiettivo. Il mondo è cambiato: la redistribuzione non è più il risultato di un conflitto dai rischiosi esiti inflattivi, ma lo scopo di un accordo volto a supplire all’eccessiva debolezza di una delle parti negoziali con l’aiuto della finanza pubblica. Dati però i vincoli di bilancio, la ricerca per questa via di un più equo equilibrio distributivo appare avvolta da molta incertezza.     
 
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