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La Juve in profondo rosso

Oltre le inchieste giudiziarie, persi 613 milioni in 5 anni

Giancarlo Santalmassi 05/12/2022

La Juve in profondo rosso  La Juve in profondo rosso Alla vicenda dello scandalo Juventus sento il dovere di aggiungere un post-scriptum. La Juventus data l’importanza del suo nome, subirà le attenzioni di Procure, Consob, Covisoc: insomma, la giustizia farà il suo corso. Dopo le dimissioni dalla presidenza, Andrea Agnelli ha riscritto anche il bilancio della società, indicando chiaramente le enormi perdite. C'è chi si aspettava le dimissioni di Pavel Nedved da vice presidente della Juventus e l'addio dell’allenatore Massimiliano Allegri. E invece, l'unica notizia che arriva dal Cda della Juventus è forse quella più drammatica: un passivo da 254.3 milioni.  “Il Consiglio di Amministrazione di Juventus Football Club S.p.A., riunitosi sotto la Presidenza di Andrea Agnelli, ha, inter alia, approvato il progetto di bilancio d’esercizio e il bilancio consolidato per l’esercizio chiuso al 30 giugno 2022, che sarà sottoposto all’approvazione dell’Assemblea degli Azionisti”. Il passivo totale in questi cinque anni è monstre: 613.3 milioni. Il Cda ha spiegato come il "rosso" sia dovuto l'aumento del costo del lavoro, il venir meno delle rinegoziazioni contrattuali con i giocatori, i diritti tv, l'effetto Covid.  Ad esempio, i ricavi dello stadio sono arrivati a 32 milioni di euro ma sono ben distanti dai 74 milioni del 2018-2019. I proventi del calcio mercato sono arrivati a 41 milioni di euro.
 
Ma sarebbe ingiusto indicare la squadra bianconera come un caso unico. Il calcio è un business che muove una montagna di denaro. E che cosa non si fa per il dio denaro? Esempio: la sentenza Bosman fu un provvedimento giurisdizionale adottato dalla Corte di giustizia dell'Unione europea nel 1995 per regolamentare il trasferimento dei calciatori professionisti tra le squadre di calcio appartenenti alle federazioni dell'Ue. Rimediava a un errore: la libera circolazione non poteva essere solo per i beni e non per le persone. Nel 1995 il calciatore belga Jean-Marc Bosman era in forza al RFC Liegi malgrado un contratto scaduto nel 1990. La sua volontà di trasferirsi alla squadra francese del Dunkerque fu però vanificata in quanto quest'ultimo non offrì — com'era al tempo in uso nel calciomercato europeo — all'altra squadra una sufficiente somma di denaro; posto intanto fuori rosa dal Liegi, Bosman si rivolse alla Corte di giustizia Ue che, in base all'articolo 39 dei trattati di Roma, dichiarò restrittivo il sistema dell'epoca. Il 15 dicembre 1995 fu approvata una nuova norma, in base alla quale i calciatori Ue potevano trasferirsi gratuitamente, alla scadenza del contratto, in un altro club purché facente parte di uno stato appartenente all'Unione; inoltre se il contratto corrente ha una durata residua non superiore al semestre, il calciatore può firmare un pre-contratto gratuito con la nuova società. La sentenza impedì alle varie leghe continentali di porre un tetto al numero di stranieri, qualora ciò risultasse discriminatorio verso atleti dell'Unione.
 
L'UEFA, tra l'altro, consentiva di convocare un massimo di 3 stranieri per le sue competizioni. In tal senso, fu possibile imporre limitazioni soltanto ai calciatori extracomunitari ovvero di Stati non facenti parte dell'UE. Ciò ebbe ripercussioni anche sui vivai, in quanto le società manifestarono la tendenza a preferire l'acquisto di stranieri rispetto alla crescita dei nazionali. Prima della legge Bolkenstein non si potevano avere più di due stranieri per squadra. Ma fatta la legge ecco l’inganno: il divieto non avrebbe riguardato gli oriundi. E chi erano costoro? Quelli che avevano almeno un parente in Italia. Così fu tutto un proliferare di certificazioni (false) che attestavano l’esistenza di una zia, madre, padre, nonno o trisavolo italiano, sperso in Basilicata, Calabria, cioè dove (senza informatizzazione) allora era impossibile verificare. E qui mi fermo: sennò il calcio avrebbe bisogno di un romanzo, e in più tomi.
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andrea dolci 06/12/2022 16:52
Caro Direttore, io sono sorpreso della sorpresa. Sono anni che mi diverto a seguire i bilanci di alcune società di calcio e non ci vuole un mago della amministrazione per capire che c'è qualcosa di patologico quando una società di vertice quasi sistematicamente registra un terzo del fatturato come proveniente da plusvalenze ed il tutto movimentando pochissimi soldi reali. E, mi scusi la franchezza ma sì, la Juventus è un caso unico, forse colpevole di aver pensato di potersi sedere allo stesso tavolo di squadre che fatturano (realmente) il doppio di lei.