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Formazione e lavoro, la riforma Its Ŕ il primo passo

Ma adesso arriva il difficile

Claudio Di Donato 05/08/2022

Formazione e lavoro, la riforma Its Ŕ il primo passo Formazione e lavoro, la riforma Its Ŕ il primo passo La politica continua ad affrontare il tema del lavoro attraverso titoli e slogan che hanno il vantaggio di offrire istantanee di facile lettura, ma difettano di analisi profonde e allontanano la prospettiva di interventi organici. Reddito di cittadinanza e cuneo fiscale sembrano gli unici argomenti. Ridimensionare il primo e un drastico taglio al secondo sono la ricetta, rinnovando la malsana idea che il lavoro si crei per decreto. Sorprende ad esempio che il dibattito sulla carenza di personale prenda a riferimento soltanto gli stagionali, che rappresentano solo un pezzo del problema e nemmeno il principale. In questo segmento del mercato del lavoro più che il reddito di cittadinanza influisce negativamente la mancanza di politiche abitative, i costi della mobilità, il blocco granitico dei flussi di immigrati. Le criticità più rilevanti riguardano le figure professionali specializzate, dai saldatori ai tecnici, dai cuochi agli impiantisti, fino agli autisti. E qui il reddito di cittadinanza è più che marginale.
 
Il tema vero è la formazione. Il Parlamento ha approvato la riforma degli Its (Istituti tecnici superiori) nell'indifferenza della stessa politica e dei media, a conferma che le politiche di medio lungo-termine non suscitano particolare interesse. Quasi due anni per licenziare una riforma fondamentale, indicata anche nel Pnrr con 1,5 miliardi da investire. Dagli Its escono quasi 20mila studenti l'anno, contro i 500mila della Germania. Ogni anno di ritardo significa non dare risposta a oltre 60mila posti vacanti. Ma il difficile arriva adesso. La riforma prevede la costituzione delle fondazioni degli Its. Sarà fondamentale aprire le porte al sistema delle imprese, definire percorsi di alternanza scuola-lavoro, insomma creare un sistema di formazione flessibile e coerente con le tendenze dell'economia. Il rischio invece è creare nuovi piccoli feudi e centri di potere.
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