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Retribuzioni, produttività e distribuzione dei sacrifici

Come ripartire la caduta del reddito dovuta all'aumento dei prezzi

Sergio De Nardis 11/05/2022

 Retribuzioni, produttività e distribuzione dei sacrifici  Retribuzioni, produttività e distribuzione dei sacrifici A partire dal 2010, le retribuzioni lorde per lavoratore dipendente hanno quasi ristagnato in Italia e Spagna (aumentando di circa lo 0,5% all’anno tra il 2010 e il 2021) e sono fortemente cadute in Grecia (-2,3% all’anno). Che cosa accomuna questi tre paesi? Sono la "I", la “S” e la “G” della parola PIGS, molto in voga (purtroppo) in Europa qualche anno fa. In Portogallo (la “P”), la dinamica è stata migliore (1,3%), ma comunque inferiore a quella dell’area euro. I PIGS erano i paesi che, investiti dalla crisi del debito, dovevano aggiustare i loro squilibri interni ed esterni con politiche restrittive di contenimento della domanda volte al recupero della competitività di prezzo (quindi altro che Cina, è nell’area euro dove questa misura di competitività conta di più). Il riequilibrio era tanto più intenso quanto più ampi risultavano i gap di costo precedentemente accumulati nei confronti della Germania. Questo paese aveva infatti realizzato nel primo decennio dell’euro una svalutazione interna di successo nei confronti dei partner, mantenendo le proprie dinamiche salariali ben al di sotto della produttività (particolarmente forte nella manifattura). La prolungata debolezza che si osserva nei salari italiani e degli altri PIGS è dunque figlia di quella necessità di aggiustamento. Essa è stata posta quasi esclusivamente a carico di tali economie, ma ha alla fine portato, in un percorso lungo e faticoso, alcuni frutti.
 
Tenendo conto della dinamica della produttività (fiacca dopo il 2010 dappertutto), la competitività rispetto alla Germania misurata dal costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) è migliorata, consentendo di recuperare, dal 2010, tra il 60 e l’80% del gap competitivo in precedenza accumulato nei confronti di questo paese in Portogallo, Italia e Spagna, il 100% in Grecia. Dopo la pandemia e il Ngeu, sembra parlare di un’epoca lontana. Ma l’area euro ha avuto fino a ieri nella competizione di costo tra i partner per la conquista di quote di domanda estera l’unica possibile chiave per la crescita. Era quella dettata dal modello di sviluppo del paese guida, con effetti depressivi per l'area nel suo complesso. L’adozione di Ngeu volta alla promozione della domanda interna delle economie modifica, almeno per alcuni anni, questa impostazione, rendendo ovunque possibili più sostenute dinamiche retributive. Una simile strada, tuttavia, è ora ostacolata dallo shock energetico che comporta inevitabilmente la contrazione del reddito reale dei paesi importatori. I salari (componente del reddito nazionale) devono tenerne conto, anche per evitare di attivare spirali inflazionistiche che richiederebbero interventi più restrittivi della Bce. Diviene quindi stringente la questione distributiva: come ripartire il calo di reddito reale indotto dal balzo dell'energia contenendo gli impatti recessivi. Non è semplice, ma la finanza pubblica può svolgere un ruolo di coordinamento nei paesi europei per indirizzare il superamento di questo snodo, da non lasciare alla sola dialettica delle parti sociali.
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