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Un decreto contro la stagflazione

Ma resta il problema di come ridurre il deflusso di potere d'acquisto verso la Russia

Sergio De Nardis 03/05/2022

Un decreto contro la stagflazione Un decreto contro la stagflazione Il governo ha ampliato sostanzialmente l’importo delle misure a sostegno dell’economia rispetto a quanto previsto nel Def, rimanendo nei limiti di deficit (5,6% del Pil 2022) indicato nel documento, e si dice pronto a fare di più. Nell’insieme, queste misure sono nel solco dell’approccio adottato nella pandemia: aiutare famiglie e imprese a superare la stretta temporanea di uno shock recessivo. Astraendo, se si può, dalla guerra, sembrano i provvedimenti giusti da adottare. Vi è uno shock energetico che spinge alla stagflazione un’economia che ha fresche le cicatrici di una recente recessione. Sussidi, riduzioni di accise/tasse e trasferimenti/bonus sostengono nell’emergenza i redditi reali dei più esposti al rialzo dell'energia e finiscono col contenere la componente stagnazione della stagflazione. Nella misura in cui tali provvedimenti riescono poi a sostituirsi a incrementi salariali, essi moderano anche la componente inflazione della stagflazione, frenando l’attivazione della spirale prezzi-salari. Se questo ruolo del governo fosse tenuto esplicitamente in conto nei negoziati tra le parti sociali e se ciò avvenisse nell’insieme dei paesi euro, la stretta della Bce per tenere a bada le aspettative di inflazione verrebbe contenuta, limitando il costo in termini di perdita di Pil della politica monetaria antinflazionistica.
 
Operando in questo modo, la perdita di ragioni di scambio indotta dallo shock energetico viene in buona sostanza posta a carico della finanza pubblica (ampliando il deficit o impedendo che esso scenda rispetto a quanto altrimenti potrebbe), ma non necessariamente sulle spalle delle generazioni future se il complesso dei provvedimenti riesce a mantenere nei prossimi anni un tasso di crescita del Pil superiore al tasso di interesse sui titoli del debito. C’è, però, la guerra e un paese - la Russia che ci rifornisce di energia - da danneggiare. Ci si ritrova, quindi, al nodo di contraddizioni in cui si dibattono da febbraio i paesi europei. Le misure di sostegno ai redditi di famiglie e imprese riducono la sensibilità della loro domanda di energia ai prezzi e finiscono così col sostenere il cospicuo deflusso di potere d’acquisto verso la Russia. La riduzione di questa fuoriuscita di reddito richiederebbe di non neutralizzare il segnale dei prezzi e di adottare, invece, misure di segno opposto, fino all’embargo da parte di tutta l’Ue del gas russo (quello graduale del petrolio, di cui si parla in questi giorni, è molto meno efficace). Anche una ben disegnata tariffa sulle importazioni (che rende più caro, ma non azzera il gas russo) andrebbe in tale direzione, purché essa non venga poi contraddetta dalla redistribuzione delle maggiori entrate pubbliche connesse al dazio a famiglie e imprese danneggiate dall’aumento dei prezzi energetici. Insomma, non si sfugge: se l'obiettivo prioritario è danneggiare la Russia, si deve rinunciare a proteggere l’economia. Anzi, si devono adottare misure che vanno ad amplificare lo shock stagflazionistico. Il grado di partecipazione europea (e quindi italiana) alla proxy war continua dunque a scontrarsi con questo importante limite. 
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