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Se la crescita si fa col debito

L'impostazione del governo si basa sul presupposto di tassi d'interesse inferiori al tasso di crescita

Sergio De Nardis 11/10/2021

Se la crescita si fa col debito Se la crescita si fa col debito Sono lontani i tempi in cui si diceva che la crescita non si fa col debito. Nell'impostazione del governo Draghi l'aumento del debito pubblico a sostegno della domanda risulta invece uno strumento necessario, oltre alle sovvenzioni del Pnrr, per il rilancio della crescita italiana. Ciò è stato ribadito in più passaggi dell'esperienza dell’odierno governo. Il primo è stato la conferma del pieno ricorso al bacino di prestiti RRF disponibili per l’Italia (122,6 miliardi entro il 2026) che, al contrario delle sovvenzioni, fanno lievitare il debito. Il secondo è la creazione del Fondo complementare (30,6 miliardi da spendere entro 2030), integrazione italiana del Pnrr che va a potenziare e prolungare (oltre la scadenza del 2026) i finanziamenti a debito di interventi a esso collegati. L'ultimo è la manovra espansiva in deficit decisa per il 2022 (23 miliardi) e 2023 (altri 6,5 miliardi) che va ad aggiungersi allo stimolo delle spese Pnrr, frenando il calo del debito/Pil che altrimenti si verificherebbe. Di manovre restrittive se ne parlerà fra 3 anni, solo dopo che sarà stato colmato il vuoto di domanda creato dal Covid. E le farà qualcun altro.
 
Può sorprendere che il governo più keynesiano che l’Italia abbia avuto in tanti anni sia quello guidato da un ex presidente della Bce che è sì artefice del “whatever it takes”, ma è anche colui che nell'estate 2011 firmò con Trichet la lettera al governo Berlusconi ingiungendo l'anticipo pro-ciclico del consolidamento di bilancio: proprio quanto il governo di oggi ha deciso di non fare. Se le circostanze mutano, è giusto cambiare idea e il pragmatismo in tal senso aiuta. E, pur ritenendo che la richiesta del 2011 era errata anche nelle circostanze di allora, è indubbio che molte cose si sono modificate negli ultimi 10 anni, dall’approccio della Bce (grazie allo stesso Draghi) a quello dell'Ue (sulla spinta del Covid). Ma il punto di vera svolta, a cui concorrono questi cambiamenti, è rappresentato dall'apertura finalmente anche per l’Italia di una prospettiva di tassi di interesse inferiori al tasso di crescita, che colloca il debito/Pil su un sentiero discendente, pur in presenza di disavanzi primari. Si tratta di una previsione circondata da incertezze, sia nazionali che globali, sia esogene che endogene. Ma è questa l’effettiva condizione abilitante che consente a Draghi-Franco di poggiare il programma di rilancio della crescita anche su politiche che una volta si definivano di deficit spending.
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