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La guerra del catasto

Chi si oppone alla revisione finisce per tutelare i patrimoni più elevati

Vincenzo Visco 28/09/2021

La guerra del catasto La guerra del catasto Sono alcuni decenni che si discute in Italia della necessità di riformare il catasto (dei fabbricati, ma anche dei terreni) i cui valori sono basati su rilevazioni che risalgono agli anni ’30 del secolo scorso, e aggiornati periodicamente per tener conto della variazione nel livello generale dei prezzi. L’ultimo adeguamento risale al Governo Monti che al tempo stesso presentò in Parlamento una delega per riformare integralmente il catasto fabbricati, in base ai valori di mercato e ai metri quadri dell’immobile. La proposta fu poi indirizzata su un binario morto dal Governo Renzi. Oggi Draghi vorrebbe riprendere quella proposta nell’ottica di una necessaria modernizzazione di una importante infrastruttura del nostro Paese. Le opposizioni sono subito emerse in modo rumoroso e scomposto denunciando il rischio di un aumento delle tasse. Ma quali sono gli interessi che vengono difesi dai teorici dell’immobilismo?
 
Oggi i valori catastali non hanno nulla a che vedere con la realtà, sono di fatto arbitrari e discrezionali (come molte cose nel fisco italiano). Se fossero cambiati in modo da riflettere quelli di mercato, la realtà che emergerebbe sarebbe molto diversa da quella descritta dall’attuale catasto. Tutti i valori immobiliari aumenterebbero (in media di circa il doppio), ma alcuni aumenterebbero (molto) più di altri, mentre altri potrebbero addirittura ridursi (gli edifici di recente costruzione con rendite catastali fissate prima della riduzione dei prezzi immobiliari determinata dalle crisi). Aumenterebbero i valori degli immobili delle grandi città rispetto a quelle che sono rimaste con popolazione stabile o in riduzione, o ai piccoli paesi; quelli dei centri urbani rispetto alle periferie; quelli del nord rispetto al sud. Ciò significa che le aliquote attualmente in vigore per le imposte a base patrimoniale (Imu, registro, successioni, ecc.) dovrebbero essere adeguatamente ridotte, se si volesse evitare l’aumento di imposizione che viene sventolato come spauracchio dagli agitatori anti tasse. Ragionando a parità di gettito, esse dovrebbero essere dimezzate. Ne seguirebbe però una redistribuzione del prelievo che, in assenza della tassazione delle prime case, appare difficile da valutare, ma che dovrebbe penalizzare i contribuenti titolari di patrimoni di maggior valore.  Sono questi gli interessi che gli oppositori della riforma tutelano, nascondendosi come sempre dietro il timore, peraltro sollevato ad arte, di un aumento di imposizione per tutti.
 
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