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Governance Generali: “Tu vuò fa l'americano, ma sei nato in Italy”

Il patto Caltagirone-Del Vecchio in vista del rinnovo del consiglio del Leone di Trieste

Riccardo Sabbatini 14/09/2021

Governance Generali: “Tu vuò fa l'americano, ma sei nato in Italy” Governance Generali: “Tu vuò fa l'americano, ma sei nato in Italy” Il titolo della più famosa canzone di Renato Carosone ben si attaglia a descrivere le evoluzioni della governance della Penisola che si affanna seguire i modelli che vengono dal mondo anglosassone ma che talvolta, per così dire, gli stanno stretti. La lista del Cda da sottoporre all’assemblea per il rinnovo dei board è nata in Usa a sancire l’assoluto predominio che, in quel contesto, i manager hanno sugli azionisti (“strong managers, weak owners”, come recitava il libro di Mark J. Roe). Ma in Italia non è così o, almeno, non è ancora così. Gli azionisti non sono più così forti come al tempo di Enrico Cuccia, ma i manager non hanno (ancora) la leadership dei loro colleghi americani o inglesi. Ed ecco allora che si manifestano frizioni come quelle a cui stiamo assistendo in questi giorni nella vicenda di Generali. Il tradizionale azionista forte della compagnia, Mediobanca, propone di utilizzare la lista del Cda consentita dal nuovo statuto per eleggere il prossimo consiglio. E’ il metodo più rispettoso del mercato, sostiene Piazzetta Cuccia, ma i critici obiettano che in questo modo Mediobanca continuerebbe a esercitare la sua supremazia sulla compagnia.
 
Nei giorni scorsi Caltagirone e Del Vecchio, grandi soci di Generali, hanno reso pubblico un patto di consultazione che scadrà all’indomani dell’assemblea chiamata a nominare il nuovo Cda. Di quel patto non c’era alcuna necessità. In tutte le società, gli azionisti influenti si consultano per definire le candidature del nuovo board. Se i due soci italiani hanno scelto la via “legalitaria” del patto - in questo la stampa nazionale è unanime - è soltanto per marcare la loro contrarietà al rinnovo dell’attuale Ceo Philippe Donnet, voluta invece da Mediobanca. Quel patto serve a dire che, se le loro richieste non verranno accettate, potrebbero presentarsi in assemblea con una loro lista, forte almeno del 10,9% delle loro azioni, in contrapposizione a quella del cda-Mediobanca (con il suo 13%) . Se poi si aggiungesse anche la lista degli indipendenti di Assogestioni, altra peculiarità tutta italiana, ne vedremmo delle belle.
 
Le ragioni addotte da Mediobanca e dalla coppia Caltagirone-Del Vecchio lasciano trasparire una buona dose di ipocrisia. Alfonso Desiata, grande conoscitore di Generali, l’avrebbe apprezzato. L’ipocrisia - era solito dire l’ex-presidente del Leone triestino - è un grande strumento inventato dagli inglesi per risolvere situazioni diversamente inestricabili. C'è tuttavia un risvolto meno filosofico. La vicenda della lista del Cda di Generali fa emergere problematiche nuove nella governance italiana. Supponiamo che, alla fine, si giunga ad un accordo sottoscritto dagli attuali consiglieri che, benché indipendenti, siedono in quelle poltrone in rappresentanza degli azionisti forti. Sarebbe una forma di concerto, oppure no? Alla Consob potrebbe venire voglia di dare un’occhiata.
 
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