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Quale riforma per il Patto di stabilità

La discussione nelle istituzioni e tra gli accademici

Stefano Micossi 07/09/2021

Quale riforma per il Patto di stabilità Quale riforma per il Patto di stabilità La cornucopia del Recovery Fund sta distogliendo l’attenzione da molti problemi rilevanti, che pure non si potrà evitare di affrontare. Sul fronte europeo il più scomodo è quello relativo alla riforma del Patto di stabilità e crescita (PSC). Sul tema, la discussione nelle istituzioni e tra gli accademici è andata avanti, identificando perlopiù una evoluzione desiderabile nel riferimento nell’abbandono del complesso apparato ora in vigore e nell’adozione al suo posto di un solo obbiettivo finale, la riduzione del debito pubblico, e un solo obbiettivo operativo, il ritmo di crescita delle spese pubbliche, al netto delle variazioni discrezionali delle entrate. Agli italiani questa soluzione non piace; preferiscono il complesso e opaco sistema attuale, che ci ha consentito di fare scempio degli impegni di riduzione del debito per tutto il passato decennio.
 
La questione che resta sott’acqua, ma che si dovrà pur fare emergere, è quella del valore di riferimento del debito – che alcuni (soprattutto tedeschi e olandesi, ma anche gli austriaci e i paesi del nord dell’eurozona) vorrebbero lasciare com’è (il 60 per cento del Pil) e altri pensano che sarebbe un obbiettivo insostenibile, tenendo conto che il rapporto medio debito/Pil ora di aggira intorno al 100 per cento (era il 60 quando fu varato il PSC). L’European Fiscal Board pensa che il rapporto di riferimento sia intoccabile, ma propone di arrivarci non in venti anni, ma un periodo molto più lungo (quaranta, cinquant’anni?); ma c’è da dubitare che un tale sentiero di rientro sarebbe credibile agli occhi degli investitori. D’altronde, quasi tutti sembrano convenire che ripristinare la ‘regola del ventesimo’ (rientro in venti anni) rispetto al valore target odierno (60 per cento) sarebbe troppo deflattivo.
 
L’alternativa è quella di modificare il valore di riferimento, portandolo all’80 o forse addirittura al 100 per cento – che, come detto, è oggi il valore medio del rapporto debito/Pil nell’eurozona. Una questione collegata è se i debiti pandemici debbano essere calcolati o, invece, non ne possano essere esclusi, assicurandone il rinnovo a tempo indeterminato in pancia alla Bce (al sistema europeo delle banche centrali) e all’Esm (come io ho proposto). In ottobre la Commissione europea presenterà le sue valutazioni sulla riforma del PSC. È opportuno incominciare a pensarci.
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