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Giorgetti alla sfida dei microprocessori

E' un tema secondario chiedere la revisione delle norme sugli aiuti di stato

Riccardo Perissich 27/07/2021

Giorgetti alla sfida dei microprocessori Giorgetti alla sfida dei microprocessori Dopo aver alzato con il collega Cingolani la bandiera della difesa della Ferrari sul fronte del Green deal europeo, il ministro Giorgetti ha aperto un nuovo fronte con Bruxelles dichiarando che se l’Europa vuole riconquistare sovranità tecnologica nella produzione di microprocessori, è indispensabile che “riscriva” le regole troppo restrittive sugli aiuti di stato. Il problema è effettivamente di importanza cruciale. I microprocessori sono una delle tecnologie chiave per lo sviluppo dell’economia, dalla transizione digitale a quella climatica. In questo settore l’Ue ha perso a profitto di concorrenti come Cina, Usa, Taiwan, Corea e Giappone la preminenza che aveva ancora alla fine del secolo scorso. Recuperare il terreno perduto è una priorità, del resto proclamata in tutti i documenti ufficiali. Ma non è così semplice. Produrre microprocessori non è come produrre cioccolatini: è una filiera complessa, dalla concezione e progettazione fino alla produzione passando per vari stadi intermedi. Inoltre esiste un’ampia gamma di microprocessori: per automobili, computer e smartphone, a quelli molto avanzati per l’intelligenza artificiale. La parola “sovranità” è uno slogan attraente ma nessun paese, nemmeno gli Usa, potrà ambire a fare tutto; le risorse non sono infinite.
 
Se si vuole veramente contrastare la minaccia cinese, bisognerà stabilire priorità realiste e collaborazioni con gli alleati. Per esempio occorrerà stabilire la priorità che si vuole dare alla produzione sul suolo europeo. Tutti, Italia compresa, stanno facendo la corte a Intel per un possibile investimento da 20 mld di dollari. Ciò è importante e politicamente attraente, ma sarà anche necessario decidere quale priorità dare all’impiego di ingenti risorse pubbliche per attirare la produzione di microprocessori concepiti da altri, rispetto per esempio al finanziamento di ricerca e progettazione. Le analogie con il caso dei vaccini è evidente. L’Ue dovrà stabilire una strategia precisa, condivisa e credibile. Saranno poi necessarie ingenti risorse nazionali ed europee. Un aspetto della questione è invece, almeno per il momento francamente secondario. Il regime europeo di controllo degli aiuti di stato è per il momento sospeso. Dovrà essere ripristinato, ma è già chiaro che i progetti tecnologicamente prioritari (come i microprocessori) godranno di un trattamento speciale. Ovviamente a condizione che siano compatibili con la strategia condivisa; per esempio è difficile che vengano autorizzati aiuti per investimenti cinesi. Del resto, è sempre stato così per i purtroppo rari grandi progetti tecnologici europei; altrimenti Airbus non esisterebbe. Dal ministro Giorgetti, che in questa prospettiva occupa per l’Italia un ruolo cruciale, ci aspetteremmo indicazioni sulle priorità italiane che i suoi valenti collaboratori sono certamente capaci di fornirgli. Invece abbiamo ascoltato una vibrante rivendicazione su un problema almeno al momento secondario. Tutto ciò ci spinge a interrogarci sulla portata della “conversione europea” della Lega, di cui Giorgetti sarebbe il principale alfiere. I toni cambiano, ma il sospetto è legittimo che per alcuni l’Ue sia essenzialmente un insieme di paesi vogliosi di limitare la nostra sovranità al fine di sottrarci i nostri gioielli e, a Bruxelles, un insieme di burocrati ottusi. Purtroppo non basta rinunciare al mojito: quando uno ha un martello nel cervello, tutte le questioni vengono affrontate come se fossero un chiodo. 
 
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