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Clima, la distanza tra impegni e fatti

Per ora le realizzazioni pratiche sono inferiori agli obbiettivi condivisi

Pia Saraceno 26/07/2021

Una manifestazione per il clima a Berlinno Una manifestazione per il clima a Berlinno Il nostro ministro della transizione ecologica Cingolani, dopo estenuanti trattative al G20 Ambiente di Napoli (che rappresenta il 90% delle emissioni di CO2), si è dichiarato soddisfatto per i 58 punti di accordo (su 60), sottolineando che solo su poche questioni non è stata possibile una posizione comune. Ancora il testo completo non è noto; dal comunicato stampa è evidente però che il testo ribadisce quanto già sottoscritto a Parigi ormai oltre 5 anni fa. L'incontro non ha portato come sperato alla individuazione di azioni e tempistiche per accelerare le azioni coerenti con l'obiettivo di emissioni zero nel 2050. Cina, Russia, India ed Arabia Saudita hanno voluto mantenere la dizione scelta allora di contenere l'aumento delle temperature entro 2 gradi e non hanno preso nuovi impegni sui tempi della fuoriuscita dal carbone. Dopo le defezioni e i deragliamenti degli ultimi anni, risottoscrivere gli impegni non vincolanti di Parigi potrebbe essere considerato un buon punto di partenza per la Cop 26 di novembre a Glasgow, solo se alle dichiarazioni un po' generiche di principio seguiranno nei prossimi mesi altre azioni anche da parte di chi, come Europa e Usa maggiormente responsabili delle concentrazioni della CO2 in atmosfera, si propone di accelerare la traiettoria della transizione energetica.
 
Insomma se si riuscirà a chiudere il gap tra dichiarazioni sempre più ambiziose ed azioni sempre meno incisive degli ultimi anni, non solo per le urgenze prodotte dalla pandemia. Va ricordato poi che a pochi mesi dall'inizio della conferenza delle Parti, paesi come India, Brasile, Turchia, Sud Africa e Sud Corea ancora non hanno presentato alcun piano. L'Iea nel suo primo Tracker Monitor dei piani dei Governi dell'ultimo anno e mezzo è giunta infatti ad una conclusione sconfortante, nonostante l'unanime dichiarazione dei Governi a favore di misure di rilancio ambientalmente sostenibili, ha destinato sino ad ora solo il 2% del supporto fiscale a questo scopo, finanziando programmi già esistenti (efficienza degli edifici, supporto alla elettrificazione dei trasporti, interventi sulle reti) con impatto non adeguato ad accompagnare la rivoluzione ed il cambio di paradigma a parole dichiarato.
 
In conclusione, il recupero in atto dei livelli di reddito, dopo il tonfo del 2020, riporterà secondo l'Iea nel 2023 ad un nuovo picco storico di emissioni, destinate a crescere poi ancora negli anni successivi lungo traiettorie incompatibili col contenimento dell'aumento delle temperature. I Piani dei Paesi più sviluppati riuscirebbero ad attivare solo il 60% degli investimenti necessari; nei Paesi in via di sviluppo i Piani sarebbero in grado di mobilitare solo il 20%, non solo per la gravità della crisi sanitaria ma anche per il venir meno dei sostegni del mondo sviluppato. Sin dal 2010 era stata promessa la costituzione di un fondo di 100 Mld di dollari annui, da potenziare dal 2025 in poi, per interventi di mitigazione ed adattamento nelle aree più fragili e con meno risorse. L'inventario dei fondi (pubblici e privati) fino ad ora resi disponibili dal 2020 secondo le stime del rapporto degli esperti indipendenti, si avvicinava a poco meno del 70% di quanto promesso. Alcuni Governi (ad esempio l'Uk che ospita la COP26) hanno poi ridimensionato il contributo in percentuale del Gdp inizialmente dichiarato. Le conclusioni del G20 di Napoli rinnovano la promessa, si vedrà se e come il ritorno degli Usa potrà renderla credibile.
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